Andrea Portera: «Preferisco la saggezza»

| su «Amadeus», giugno 2012

| Una lunga lista di premi nei più importanti concorsi di composizione e un catalogo sorprendente per un autore che non ha avuto maestri, ma due stelle polari: Beethoven e Prokof’ev

| di Marilena Laterza

Di Andrea Portera colpisce innanzitutto il curriculum: non grossi nomi tra i maestri, non case editrici importanti, non istituzioni “imprescindibili” né interpreti “specializzati”, eppure una lunga lista di premi nei principali concorsi nazionali e internazionali, affiancata da un catalogo sorprendente per ampiezza e caratura. Trentott’anni, grossetano di nascita e fiorentino d’adozione, più che un compositore laureato – per dirla alla Montale – Portera è un homo faber dall’oculata manus. Come suggeriscono i suoi esordi – «alle scuole medie mi incuriosiva sperimentare con le poche note del flauto dolce, non da enfant prodige, ma da bambino primitivo che abitava in montagna, in mezzo ai boschi, con le ginocchia sempre sporche» – e come l’ascolto dei suoi lavori conferma: un’esperienza sinestetica, sensuale e spirituale all’un tempo, alla ricerca del ruolo primigenio della musica, di quel saper essere custode di identità archetipiche, memoria di voci e di movenze, di morsi e di catarsi, luogo privilegiato di elaborazione delle questioni esistenziali.

Appena adolescente, allorché decide di studiare composizione in conservatorio, Portera si imbatte nientemeno che in Sciarrino: «Un incontro al quale ero del tutto impreparato ma lui, forse sopravvalutandomi, mi diede qualche lezione. La mia ambizione creativa era molto forte, i miei modelli erano le orchestre, però mi resi conto che mi mancavano i mezzi. La svolta è arrivata quando sono andato via di casa: i miei coinquilini frequentavano l’università e studiavano tutto il giorno, e io non sapevo cosa fare. Allora ho iniziato a studiare orchestrazione e a scrivere usando come riferimento i concorsi, che non ti dicono se ciò che fai è realmente valido – non sempre un pezzo premiato ha poi una risposta positiva – ma ne ricavi risposte sulla perizia tecnica, sul gusto, sul valore ideale di un lavoro. E visto che non ero figlio d’arte né avevo amici particolari, ho creduto che i concorsi potessero essere una buona via e un buon biglietto da visita».

Efficace, a questo punto, l’incontro con Giacomo Manzoni alla Scuola di Musica di Fiesole: «Gli portai un brano seriale ma “nostalgico” e, da gran promotore del nuovo qual era – un nuovo in realtà molto datato: una musica che invecchia presto, per quanto sia scritta “domani” – Manzoni mi disse che tutto quello che facevo era sbagliato. Ne rimasi traumatizzato, ma capii che ero totalmente fuori strada: ai concorsi bisognava inviare partiture più ricercate e consapevoli, che esprimessero più di quanto, normalmente, avrebbero dovuto. Così, dopo un paio d’anni, ho cominciato ad accedere alle finali».

Finali che, peraltro, gli hanno permesso di conoscere tanti compositori, «da Battistelli, Fedele, Vacchi, a Lachenmann e Rihm. Però maestri non ne ho avuti, li ho soltanto incrociati: tutti hanno sempre sostenuto di non avere niente da insegnarmi, e non perché non avessi da imparare, bensì perché sapevo già su cosa lavorare senza che qualcuno mi indicasse la direzione. E questo è stato gratificante solo in parte».

Ciò non toglie che Portera abbia avuto le sue stelle polari. A parte un’aneddotica fascinazione beethoveniana da ragazzino – «quando scoprii che, come me, era nato il 16 dicembre, per tre giorni mi convinsi di essere la reincarnazione di Beethoven», riconosce il suo padre spirituale in Prokof’ev: «Ho una strana riconoscenza per quella musica politonale, un po’ infantile, con quell’orchestrazione, di una bellezza estrema, in cui ogni parte è viva, frutto di un talento musicale incredibile. Ascoltavo certi suoi lavori e mi sembrava di ascoltare musica del futuro, la musica che avrei voluto scrivere».

E che poi evidentemente ha scritto, se adesso è giunto alla sua opera 107, «senza contare una mensola intera di appunti a mano e bagatelle scritte su quei quaderni pentagrammati che si usano alle medie». Un catalogo nel quale si ravvisano «dei cambiamenti forti», spiega, «ma anche un lavoro costante, in cerca di uno stile e forse di una coerenza, che non definirei intellettuale perché non sono un intellettuale: mi sento molto ancestrale e alla cultura preferisco la saggezza. Quella saggezza che c’è nel Duomo di Firenze, costruito con mezzi imparagonabili a quelli odierni: oggi certi progetti non si fanno più, si preferisce accumulare nozioni e abbiamo perso la capacità di manipolare».

Ma Andrea Portera come lavora? «Intanto scrivere per commissioni determina sempre dei parametri, che sono ancore di salvezza: se ti trovi in una gabbia conosci la via d’uscita, se sei nel deserto non sai che direzione prendere. Detto questo, quando inizio un nuovo pezzo, ci sono giorni in cui esco di casa e inizio a pensare, e l’idea concettuale gradualmente prende forma. Andare sullo spartito, però, è dura, perché l’idea, che sembra facile e immediata, sulla carta non torna. Allora capita che cerchi di allontanarmi dal lavoro; però poi ci torno, ricomincio, dopo cinque minuti via, pausa caffè, e pian piano qualcosa nasce. Una volta arrivato alla seconda o terza pagina, sono entrato nel pezzo: a quel punto non riesco più a staccarmene, lavoro anche di sabato e domenica con orari improponibili, perché tutto è finalizzato al pezzo e sono un essere felice; può andar male qualcosa, ma so che torno a casa e ho il pezzo che mi aspetta. E lì succedono dei miracoli: in quella fase, qualsiasi cosa scriva, avrà la stessa matrice; così quando nella parte finale del pezzo cerco di sovrapporre due idee distinte sviluppate in precedenza, hanno un incastro insperato».

E aggiunge: «In un unico pezzo, ovviamente, c’è un momento di forte ricerca e un momento di collaudo di ciò che è già mio, di certi ingredienti, tecniche o impasti sonori personali. In particolare, il timbro per me è sempre stato molto importante. Però il timbro è come una spezia, se non c’è l’arrosto non basta: tanta musica contemporanea è ricca di profumi e di aromi, ma se cerchi la carne senti che non ti nutre, e dopo due o tre annusate la fame ti resta. Perciò sto tornando all’arrosto: cerco un materiale antropologico, a grandezza d’uomo, capace di agire sull’inconscio collettivo, toccare i processi interiori dell’ascoltatore e stimolarlo a confrontarsi, mettersi in discussione, dare il meglio di sé».

Una ricerca che si alimenta alla fonte di Jung e Hillman, e alla riscoperta di Pan: «L’inconscio occidentale è stato soggiogato dalla cristianità, che ha totalmente offuscato Pan – e con lui valori come la forza e il piacere fisico, la creatività, la bellezza, quel mezzogiorno dove non ci sono ombre e tutto è molto limpido – a tal punto da farci sentire in colpa quando facciamo cose paniche. Allo stesso modo, la musica contemporanea occidentale ha totalmente annullato certi elementi ripetitivi, ossessivi, rituali, ancestrali – presenti nella musica etnica e migrati, per esempio, nella techno – sui quali, invece, sento il bisogno di lavorare».

Per stabilire un’empatia con l’ascoltatore, pur senza assecondarlo: «Dargli ciò che ha già dentro, diventare banale, sarebbe un errore da non dormirci la notte. Però bisogna scrivere una musica metabolizzabile, che faccia riferimento alla capacità di ascolto e mnemonica di un essere umano medio, e che sappia risvegliarne l’attenzione: l’apparizione improvvisa di un suono, per esempio, sollecita l’orecchio e crea delle aspettative; oppure l’inserimento inaspettato di un accordo chiaro fa sentire l’ascoltatore antropologicamente a casa. E il materiale, all’interno di un pezzo, deve evolversi nella ripetizione, un po’ come in natura, dove riesci a capire che due foglie sono dello stesso albero perché hanno la stessa struttura, ma non troverai mai due foglie uguali».

Un riferimento costante nella conversazione è ai suoi allievi della Scuola di Musica di Fiesole, «realtà che ha poco di italiano, sa più di Europa», di cui Portera, dapprima allievo, è diventato da qualche anno insegnante: «Più che insegnante – “colui che imprime un segno” – mi considero un educatore che “tira fuori”». E racconta che, con i suoi allievi, ha in animo un manifesto fiorentino: «Uno dei problemi drastici della musica contemporanea è l’individualismo. E invece l’unione tra compositori potrebbe smuovere dei blocchi culturali enormi. Il punto non è avere la stessa idea estetica, ma la stessa motivazione».

Alla larga dalle accademie e dai circuiti della contemporanea, in cui Portera è felice di non essersi integrato. Piuttosto che partecipare al concerto di una rassegna, «con un’esecuzione di un pezzo di sette minuti seguito da altri diciotto pezzi di compositori miei amici in una saletta senza pubblico, preferisco scrivere un brano più ampio messo in programma insieme a Frescobaldi». Oppure lavorare a un’opera come Tagete e la Terra dell’arcobaleno, commissionatagli per il prossimo Stresa Festival da Gianandrea Noseda. «Con una mentalità anglosassone e una promozione alla Diaghilev. Come se fosse normale, cioè, che esista un compositore che scrive musica di oggi per la gente di oggi, fuori dal ghetto».

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