Matteo Franceschini. Lavorare sulla forma

| su «Amadeus», settembre 2011

| Classe 1979 e un catalogo già sostanzioso, il compositore si divide tra Francia e Italia dove lo attendono alcune “prime” importanti

| di Marilena Laterza

«Sarebbe bello potersi concentrare su un pezzo per un anno senza pressioni. Ma in un lavoro portato a termine con più rapidità non è detto che non ci sia un pensiero. A volte si avverte un tale impulso creativo da poter fare in un mese quello che, normalmente, si realizza in sei; e poi, quando si scrivono due o tre pezzi in contemporanea, si impara a risolvere un problema compositivo in un’ora invece che in due giorni». Classe 1979, fiero trentino di casa a Parigi, è così che Matteo Franceschini scioglie il rompicapo di un calendario fittissimo di impegni e di un catalogo già sostanzioso e poliedrico nonostante l’età. E prosegue: «Quello del compositore è un lavoro grandioso che parte da una necessità interiore, ma è pur sempre un lavoro: non si può ignorare la necessità di avere un sito internet, essere su Facebook, parlare più lingue, viaggiare tanto».

Tanto da dividersi tra l’Orchestre National d’Île de France, l’Accademia Filarmonica Romana e l’American Academy di Roma, dove Matteo Franceschini è attualmente compositore in residenza, e figurare in svariati cartelloni della prossima stagione. Tra le prime imminenti, Archaeology, personale cartolina musicale che Franceschini sceglie di inviare al Festival MITO da quest’Italia centoquinquagenaria: «Nella penisola ci sono molti siti di archeologia industriale: per esempio, Crespi d’Adda, un villaggio operaio rimasto intatto, iscritto dall’UNESCO tra i Patrimoni dell’umanità. Archaeology, dunque, è un brano costruito sull’archeologia industriale, il cui profumo decadente di inizio Novecento mi affascina perché all’epoca, con la materia, c’era un rapporto molto più vissuto, più profondo, meno “liscio” di oggi. Così, oltre allo sviluppo della poliritmia, in questo pezzo ho lavorato sulla ricerca timbrica di un suono metallico, arcaico, primitivo, attraverso l’uso inconsueto degli strumenti e l’intervento massiccio delle percussioni; e senza adoperare tubi di metallo».

Un futurismo à rebours col quale non ha niente a che vedere La grammatica del soffio, concerto per corno di bassetto commissionatogli da Milano Musica, nato in stretta collaborazione con Alain Billard, clarinettista dell’Ensemble Intercontemporain. Qui l’attenzione è rivolta «alle potenzialità di questo strumento magnifico capace di scendere nella tessitura del clarinetto basso e, al tempo stesso, conservare la dolcezza del clarinetto in la».

Benché, in generale, a Matteo Franceschini interessi ragionare sulla forma piuttosto che sugli strumenti. «Dopo la filosofia delle Sequenze di Berio – far “crescere” lo strumento: un concetto splendido – mi chiedo il senso, oggi, di un lavoro ancora estremamente virtuosistico sulla tecnica. Un pezzo per clarinetto solo, per intenderci, mi sembra un po’ limitante dal punto di vista della sfida creativa. Invece, il concetto di forma e di narrazione – che non significa necessariamente raccontare una storia, ma sapere da dove si parte, dove si arriva e che cosa si vuole raccontare all’interno di questo percorso – è fondamentale, perché la musica non è un’arte autoreferenziale e scriviamo sempre per qualcuno». Le questioni tecniche, quindi, fanno parte della complessità e ricchezza che soggiace a qualsiasi opera d’arte, ma «non devono essere la prima cosa che si percepisce. Oggi più che mai, ai fruitori dell’arte musicale, bisogna offrire diversi livelli di lettura: chi dispone di strumenti storico-culturali più affinati deve poter scoprire aspetti sempre nuovi ad ogni ascolto, ma il primo livello di lettura non può restare a due chilometri di distanza dall’impatto immediato del pezzo».

Nei termini pratici della scrittura come si sostanzia questo interesse per la forma? «Posto che l’organico e la durata sono già determinanti, comincio con dei disegni elementari della struttura del pezzo fatti di schemi, accordi, sequenze. Ho un rapporto molto grafico con la forma, che mi aiuta a capire le proporzioni interne e mi permette di avere una visione complessiva della tenuta narrativa del pezzo. Poi, naturalmente, ogni singola figura va analizzata tecnicamente in relazione al ritmo, alle altezze, alle armonie: se voglio un rintocco che lasci una risonanza, quale armonia scegliere? Oppure, quanto deve durare una certa situazione prima di potersi esaurire? Purtroppo affidarsi alla tecnica – passare, ad esempio, da un accordo “A” a un accordo “B” attraverso una trasformazione armonica – non basta, perché il tempo tecnico di passaggio rischia di durare il doppio di quello necessario dal punto di vista percettivo. Quindi mi lascio orientare da una sensazione che man mano, con l’esperienza, si può perfezionare».

E aggiunge: «Il fatto che la forma sia estremamente importante per guidare la percezione non vuol dire dare al pubblico ciò che il pubblico vuole, anzi: è indispensabile, prima di tutto, stimolarne la curiosità, ovvero l’ingrediente base con cui l’ascoltatore – e dico qualsiasi ascoltatore – dovrebbe avvicinarsi a ciò che non conosce e che richiede una certa attenzione. Però c’è modo e modo di accendere la curiosità, e su questo mi pongo tantissime domande. Sembrerà un concetto commerciale, ma bisognerebbe sempre cercare di tenere il pubblico incollato alla poltrona».

Impresa non da poco nell’era dell’iPod e di YouTube: la rapidità e la pluralità di oggetti culturali ai quali abbiamo accesso con estrema facilità è per Franceschini «una grande risorsa, ma spesso, purtroppo, la superficialità di approccio intimorisce la curiosità». E l’estetica rischia di ridursi a un “mi piace, non mi piace”. «Non solo; non si ha voglia di stare ad ascoltare un pezzo per un quarto d’ora e si pretende di capire dopo dieci secondi se può piacere oppure no. Ma ascoltare la musica al chilo è un sacrilegio: si rinuncia a un percorso di crescita culturale».

L’antidoto? «Ho ancora una fiducia immensa nella forma-concerto: ovviamente c’è concerto e concerto. Non credo più nell’esibizione dello strumentista con quattro leggii e una partitura enorme, ma se guardiamo al rock e al pop scopriamo che, nonostante il calo impressionante della vendita di dischi, andare a sentire i Jamiroquai costa settanta euro e ci vanno diciassettemila spettatori. E allora, se questa formula di spettacolo sa essere coinvolgente, perché non provare a portarne l’energia, la forza, l’impatto, nel nostro campo?».

Magari nell’ambito teatral-musicale che, tra il 2010 e il 2012, vede Matteo Franceschini impegnato in ben quattro creazioni che spaziano dal super elettronico all’opera per adolescenti su testo di Queneau. «Non so dove stia andando il teatro musicale: posso dire dove mi piacerebbe andare. Inseguo una forma di teatro musicale visionaria, forte, potente nell’impatto visivo, sonoro, multimediale, in cui il pubblico possa assistere a uno spettacolo coinvolgente da tutti i punti di vista». Con grande cura nella scelta del soggetto: «Ci sono opere contemporanee splendide ma molto statiche, realizzate su testi estremamente complessi che, secondo me, non trovano un vero riscontro nel pubblico: si rimane a un livello di presunzione, di falsa proposta cultural chic di cui il pubblico non ha bisogno». Last but non least, il lavoro di squadra: «Un’équipe in cui le professionalità siano ben distinte – naturalmente con coesione e stima reciproca – permette di arricchire la qualità delle produzioni. Del resto, per un compositore non basta scrivere un bel pezzo: è fondamentale il rapporto con gli altri. Arriva il momento in cui si è soli davanti al foglio bianco, ma dietro c’è tutta una rete di relazioni professionali e umane».

Relazioni tra le quali Matteo Franceschini annovera in primo luogo i maestri, a cominciare da suo padre, che a quattordici anni gli ha detto: «Vuoi fare il cantautore? Studia composizione in conservatorio» ed è diventato il suo primo insegnante, seguito da Alessandro Solbiati, che gli ha insegnato «come e perché mettere la tal nota e la tal armonia»; quindi, Pascal Dusapin e Wolfgang Rihm, incontrati durante un corso estivo ad Acanthes, «persone che ti dicono una parola e ti aprono un mondo», e Azio Corghi all’Accademia di Santa Cecilia, che gli ha permesso di affrancarsi «da una presenza prevaricante dell’aspetto tecnico su quello intuitivo». Per non dimenticare una lezione con Ferneyhough all’IRCAM: «Non amo particolarmente la sua musica, molto complessa, ma è stato sorprendente», racconta. «Portavo un pezzo per orchestra, lui si è seduto al pianoforte, l’ha suonato e mi ha analizzato i vari accordi: “Guarda, forse qui i corni funzionano meglio in questa posizione: ascoltati questa sinfonia di Sibelius”».

E i compositori storici che Matteo Franceschini conta sulle dita di una mano? «Uno, Bach: padronanza tecnica mostruosa e grande attualità della sua musica. Due, Schumann: inventiva estemporanea, magia. Tre, Bartok: estremo fascino del rapporto col suo mondo interiore e di vita. Quattro, Castiglioni: sorpresa, intuitività, innocenza e follia allo stesso tempo. Cinque, Stravinsky e Berio: due musicisti capaci di fare tutto, che si sono messi in discussione più volte con energia, curiosità e intelligenza».

© Riproduzione riservata

Annunci