Silvia Colasanti. Eppure sentire

Silvia Colasanti

su «Amadeus», febbraio 2011

| È fra i compositori più ricercati della sua generazione. Per lei creare è un processo interiore con cui rappresentare se stessi e il proprio tempo

| di Marilena Laterza

Nei corridoi del Conservatorio di Bologna, dove insegna composizione da due anni, non di rado la confondono con un’allieva: “In quell’aula non puoi entrare”. E Silvia Colasanti – che figura tra i compositori italiani più ricercati della sua generazione – sorride, e ormai rinuncia a spiegare. Romana, classe 1975, curriculum di prim’ordine e catalogo sostanzioso, ha un calendario gremito di prime importanti e di riprese, oltre che di nuovi lavori in cantiere, tra cui un concerto per David Geringas. E il Quartetto di Cremona – con cui Silvia coltiva una feconda collaborazione – ha appena eseguito al Parco della Musica di Roma Di tumulti e d’ombre. Studio per Faust, quartetto per archi commissionatole dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che funge da disegno preparatorio per il suo prossimo lavoro di teatro musicale: «Un Faust su testo di Pessoa, tormentatissimo, nichilista, incapace di amare, in cui il protagonista non ha più un desiderio per il quale vendere la propria anima. Ho concepito il quartetto, quindi, come una scena teatrale immaginaria nella quale i materiali musicali ricalcano le principali situazioni emotive dell’opera, secondo una forma che procede per reminiscenze».

E che si alimenta di suggestioni letterarie, ricorrenti nella sua produzione. «Accanto ai melologhi – come Orfeo, con la voce recitante di Maddalena Crippa, o l’Angelo del Liponard, lettura scenica con testo di Mario Tobino – dove il rapporto con la parola è diretto, ho scritto pezzi i cui riferimenti sono soltanto programmatici: in Cede pietati, dolor, per esempio, dai versi della Medea di Seneca si dipana un racconto fatto di suoni. Prediligo testi che parlano in maniera profonda di una parte dell’anima, che sia una poesia di Borges o il Faust di Pessoa. E in generale riservo alla musica una funzione drammaturgica. Più viscerale e intuitiva rispetto alla parola, la musica riesce ad esprimere le nostre pulsioni a uno stadio primordiale, in cui il pensiero non è già un pensare, ma ancora un sentire».

Un sentire che prende vita sulla carta, in forma di abbozzo, prima di essere elaborato con Finale – software di notazione musicale – «allo stesso modo in cui, per scrivere un testo, oggi si usa Word. Ma evito di ascoltare il risultato al computer» precisa. «La musica mi piace pensarla e sentirla dentro. E non uso neppure il pianoforte: soprattutto per le partiture orchestrali, l’effetto alla tastiera risulta sempre riduttivo. Certo, quando si è alle prime armi non si ha idea dei pesi fonici e degli impasti; ma poi, grazie all’analisi e all’ascolto della musica altrui, oltre che al confronto con le esecuzioni della propria, si impara a ottenere proprio ciò che si ha in mente».

Quale il ruolo dei maestri, in questo percorso di apprendistato? «Oltre a fornirti gli strumenti tecnici, un maestro deve aiutarti a conoscere te stesso, innanzitutto come persona e, quindi, musicalmente: credo sia la più grande qualità di un didatta, perché quando cominci a comporre, tendi a nasconderti dietro riferimenti e modelli; la difficoltà è venire allo scoperto. E Azio Corghi, con il quale ho studiato per anni alla Chigiana di Siena e all’Accademia di Santa Cecilia, ha per gli allievi un tale rispetto da aiutare ciascuno a svelarsi per quello che è».

Accanto a Corghi, spiccano anche gli incontri con Fabio Vacchi, Wolfgang Rihm e Pascal Dusapin: «Personalità talmente forti che da scatenare la necessità di guardarmi dentro e di pormi determinate domande. Vacchi, in particolare, è arrivato nella mia vita mentre mi trovavo in quella fase in cui fai calchi da Beethoven a Brahms, e ti chiedi come poter scrivere un quartetto tuo dopo aver analizzato la Lyrische Suite. E lui – che all’inizio mi faceva lezione via mail – mi ha chiesto proprio questo: di scrivere un quartetto tutto mio. Avevo una gran paura, ma ne è nato il mio primo pezzo premiato in concorso e pubblicato».

Lezioni preziose, di cui la compositrice romana fa tesoro con i suoi allievi: «Bisogna cercare di capire chi sono, avvicinarsi in punta di piedi e indurli all’autoconsapevolezza, affinché possano esprimersi. E compiere lo sforzo di valutarne l’idea e la sua forza. Succede anche nei concorsi: recentemente sono stata in una giuria a Helsinki e, tra le duecentocinquanta partiture arrivate, c’erano lavori tecnicamente impeccabili, ma privi di autenticità. Invece preferisco un pezzo grezzo, dietro il quale, però, ci sia un’energia, un’urgenza».

Scrivere, infatti, per Silvia Colasanti significa «restituire i conflitti esistenziali e trovare una forma di armonia tra le voci contraddittorie che ci abitano: cristallizzare con un linguaggio espressivo la nostra interiorità indistinta. In questo senso, credo che la musica sia uno strumento terapeutico perché, se scrivi in modo autentico, ti aiuta a conoscerti». E prosegue: «Indossare una maschera, nella composizione come nella vita, è uno strumento di difesa. Ma la composizione è uno specchio, e se rispecchi un altro è una tragedia: magari la tua musica piace al mondo intero, ma non a te, perché non ti senti rappresentato da quello ascolti. Ti realizzi veramente quando la scrittura diventa un luogo in cui togliere tutte le maschere e restare completamente a nudo; ed è bello ascoltare una cosa che sei tu».

E gli stili, le scuole, la tradizione, in questo “luogo” che posto occupano? «Oggi, un cluster è storicizzato quanto un accordo di do maggiore: non è importante il materiale, quindi, bensì il modo e il contesto in cui lo si utilizza. Un discorso che si può estendere anche alla scelta degli organici: a chi chiede se abbia ancora senso, nel 2011, scrivere per orchestra sinfonica, rispondo che la sfida sta nell’utilizzare organici già connotati palesemente suscitando ancora meraviglia. Altrimenti la composizione diventa una corsa al nuovo per il nuovo. Sul fronte opposto, il rischio è di restare ingabbiati nei sistemi, nelle tecniche, nei riferimenti a un passato più o meno recente, che tuttavia possono diventare strumenti di grande libertà se, una volta assimilata la tradizione, si ha la capacità di interagire con essa, instaurando un dialogo in cui il passato risuoni attraverso le corde moderne. Che cos’è l’arte, se non rinominare sempre gli stessi significati, col linguaggio proprio dell’epoca in cui si opera, rappresentando se stessi e comunicando con le persone del proprio tempo? Se guardi lo stesso oggetto sotto una nuova luce, ti sembra di vedere un oggetto nuovo; lo è, ma solo in parte».

Una trasfigurazione che si sperimenta all’ascolto di Chaos, pezzo per orchestra che Silvia Colasanti ha scritto di recente per l’Orchestra Haydn di Trento e Bolzano. «Commissionato nell’ambito delle celebrazioni del bicentenario della morte di Haydn, Chaos doveva avere un legame col compositore: ma io non volevo fare una trascrizione, né tanto meno un pezzo in cui Haydn non si percepisse affatto. Allora ho pensato all’inizio de La Creazione, in cui Haydn rappresenta la nascita dell’universo in modo modernissimo: parte da un unico do, che allude a un do minore, e attraverso tutti gli espedienti del suo linguaggio – ritardi, dissonanze, ambiguità tonali – da un contesto armonicamente imprevedibile lascia affiorare primi brandelli di melodie e, man mano, plasma la materia sonora fino al Fiat lux,che rappresenta con un do maggiore scoppiettante nel trionfo del coro. Nel mio pezzo ho ripercorso questo processo partendo anch’io da un do – collocato in un magma grigio, palesemente ligetiano, e non più nel contesto del modo minore – per arrivare gradualmente a plasmare delle forme, con due squarci in cui si percepisce Haydn, velato in filigrana, fino all’allargamento massimo del magma sonoro in un finale altrettanto luminoso quanto il Fiat di Haydn, realizzato con ciò che il do maggiore è diventato oggi: una sorta di cluster diatonico su tutta l’estensione dell’orchestra».

Molto apprezzato dal pubblico. «Spesso i miei lavori vengono inseriti in concerti di musica non contemporanea. Certo, avere Mozart vicino è un peso non da poco, però un pubblico interessato a Mozart dispone della sensibilità e dei codici per decodificare una musica per nulla semplice; e allora sta a me riuscire a comunicare, non semplificando il linguaggio o il messaggio, bensì conservandone la nitidezza. Quella nitidezza che permette di esprimere la complessità del proprio mondo anche a chi non studia musica da decenni».

E sulla sua condizione di donna compositrice, Silvia Colasanti conclude: «Fino a cinquant’anni fa c’era un dato di fatto storico su cui sicuramente soffermarsi a riflettere: il lavoro intellettuale della donna – in musica più che in letteratura – non veniva giudicato pari a quello di un uomo. Poi, però, sono stati compiuti molti passi in avanti, in generale, con ricadute anche nel nostro campo. Siamo di meno – è vero – e prima di raggiungere un regime di parità sarà necessario del tempo, ma credo che oggi, rispetto ai nostri colleghi compositori, abbiamo gli stessi problemi e le stesse opportunità».

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