La militanza dell’arte. A colloquio con Moni Ovadia

di Marilena Laterza
(online anche sul sito di Moni Ovadia)

[dal programma di sala di D’un tratto nel folto del bosco (Oz, Serra, Vacchi) |  MITO SettembreMusica 2010]

Quella che Moni Ovadia coltiva con Fabio Vacchi è una collaborazione consolidata, iniziata nel 2004 con il suo intervento in Irini, Esselam, Shalom nel ruolo di voce recitante nonché di redattore del testo, e proseguita, negli anni successivi, in veste di direttore artistico del Mittelfest, con la commissione di importanti lavori del compositore bolognese, tra i quali Cjante, Mi chiamo RobertaVoce d’altra voce.

«Nella cultura del nostro tempo assai mediocre, Fabio Vacchi è un grandissimo maestro» esordisce Ovadia, «con un’abilità di scrittura che coniuga la complessità del grande compositore alla capacità di fare, della musica contemporanea, una musica per tutti. Al Mittelfest ebbe delle ovazioni da stadio: un valore enorme, dal punto di vista artistico, perché testimonia che la grande musica è ancora vitale e pulsante, e non bisogna essere corrivi per farla, bensì saper coinvolgere le emozioni degli ascoltatori. Gli ascoltatori non sono sprovveduti, e la musica di Vacchi lo dimostra».

Anche in virtù dei temi che egli affronta: «temi di rilevanza umana e sociale altissimi, nobilissimi, con i quali sono totalmente in sintonia. E che, umanamente, ci hanno permesso di diventare amici: mi metto molto volentieri a disposizione di Fabio tutte le volte che mi chiama, nell’ambito di un percorso che spero continui finché sarà possibile. E siccome contiamo di vivere a lungo, magari fino a centovent’anni, dovrete sopportare a lungo questa collaborazione».

Secondo una prerogativa del melologo, in D’un tratto nel folto del bosco l’attore-voce recitante è, in parte, anche autore, perché spetta a lui il compito di “sfregare” il lógos col mélos per suscitarne l’innesco di pietre focaie: come si cimenta con questo ruolo?

Cominciando col dire che questa metafora centra una questione con cui risuono in pieno: mélos e lógos sono sempre stati considerati due dimensioni diverse, dimenticando troppo spesso che la lingua, prima di essere sistema di significati, è sistema di suoni, e che il senso profondo di una lingua si ha solo quando il sistema dei significati e il sistema dei suoni trovano la loro sinergia profonda.

Quindi, onestamente, non mi sarebbe dispiaciuto fare il melologo in ebraico, perché è la lingua in cui lo scrittore ha pensato, ha scritto e ha suonato le parole, sonoramente agli antipodi rispetto all’italiano. L’italiano è una lingua lirica, in cui l’accento tonico cade quasi sempre nello stesso posto, senza tronche, mentre l’ebraico è lingua magra, con sonorità gutturali, aspirate. E in questo caso, parlando di animali, di bosco, di suoni, la scrittura scenica – secondo l’idea di Carmelo Bene della phoné – avrebbe beneficiato della lingua originale. Ma siccome la traduzione è estremamente efficace – perché la Loewenthal ha una conoscenza della lingua ebraica profondissima – e la riduzione drammaturgica è curata da un maestro della parola come Michele Serra, anche se in italiano, D’un tratto nel folto del bosco resta una composizione straordinaria, a servizio della quale mi metto come tutti, perché tutti – compreso il compositore – siamo a servizio della partitura e della costruzione di ques’opera.

Una delle chiavi di lettura del testo di Oz si può ravvisare nell’esortazione all’ascolto, all’incontro con l’alterità, al rispetto delle diversità, in forma personale e privata, ma anche – pensando al finale aperto sul ruolo di Maya e Mati una volta tornati al villaggio – nell’invito a una responsabilità pubblica, comunitaria, collettiva. A lei che rappresenta un felice crocevia di culture e di esperienze, provocatoriamente domando: come evitare il rischio di essere retorici e di affrontare questi temi soltanto a teatro, mentre le nostre città reclamano processi di integrazione che appaiono sempre più un’utopia?

D’un tratto nel folto del bosco è un testo poderoso, commovente, pieno di grazia, di profondità, di pathos delicato, con tutta una serie di possibili letture, dal problema della violenza nei confronti degli animali – contro la quale mi batto non solo come vegetariano, ma anche con la denuncia del fenomeno – alla riflessione sul rapporto con i nostri compagni di viaggio, con noi stessi, con l’alterità.

Ed è proprio qui la grandezza di questa favola e parabola: nella difficoltà che l’essere umano, per come è venuto strutturandosi fino ad ora, ha con l’accoglienza dell’altro. Un classico è l’esempio dei Rom, che non sono tollerati perché hanno un altro modo di concepire la vita, e questo scatena aggressività. Come dice giustamente Julia Kristeva – psicanalista, intellettuale e scrittrice bulgara naturalizzata francese – in Étrangers à nous-mêmes, un libro che è una pietra miliare, noi odiamo tanto l’altro perché mette in risonanza le corde di simpatia dell’altro che è dentro di noi: abbiamo paura dello straniero che è in noi stessi. Preferiamo stare quieti, non rimetterci in gioco, e scotomizziamo dalla società chi viene a metterci in crisi mostrandoci un’altra maniera di esistere.

Detto questo, la retorica si evita con la militanza. La mia militanza spazia a tutto campo, per cui sono impegnato in tutte le battaglie contro il razzismo, le discriminazioni, l’omofobia, l’islamofobia… Personalmente, mi batto con tutte le mie forze nelle piazze, nelle assemblee, ma parlo di queste cose anche a teatro, perché il teatro per me è uno strumento etico, sociale e politico – nel senso nobile del termine, e non partitico.

Come la letteratura per Amos Oz?

Il finale aperto di Amos Oz è scritto da un uomo che vive in una società come quella israeliana, che si è chiusa dentro una specie di fortezza, coltivando il mito sicuritario, un totem, ormai, che legittima qualsiasi cosa. Non tutta la società né Oz, naturalmente, ma l’establishment, coloro che sono responsabili della pólis israeliana, hanno visto solo il terrorista, Hamas, e non il popolo, la gente, gli esseri umani; hanno rifiutato di vedere l’altro nella sua vera umanità, lo hanno espulso e cancellato dal proprio orizzonte. Oz, quindi, affida ai bambini il compito di uscire da questo cul-de-sac perché gli adulti della sua generazione hanno fatto bancarotta fraudolenta.

Gli adulti sono incastrati nel loro sguardo, non sanno rompere, non hanno energia, non hanno lungimiranza, si sono troppo avviluppati, hanno sviluppato delle callosità nell’anima, ma i bambini, i giovani, hanno la freschezza, la curiosità, la capacità di vedere oltre e di riconoscersi. L’ammaestramento alla discriminazione e al rifiuto dell’altro viene sempre dal mondo adulto, dei cosiddetti “normali”, delle cosiddette “maggioranze”. Ma le “maggioranze normali” non hanno capito che il loro è solo un modo di vivere, non il modo; e che la maggioranza ha diritto di governare, ma non ha diritto di avere ragione. E allora ci si deve affidare alle minoranze, come Maya e Mati, e a coloro che percepiscono l’alterità perché la coltivano in sé, e quindi la percepiscono e la offrono come ponte nei confronti dell’altro.

Ci sono documentari che mostrano la comunità gay in Israele. Ed è meraviglioso e sconvolgente scoprire che le coppie israeliano-palestinesi non sono omologate, litigano sulla questione, discutono anche vigorosamente, però si amano, si riconoscono e si accolgono umanamente: se fosse per loro la pace ci sarebbe già. Una capacità di mettere la propria alterità a servizio della differenza che, per il resto, manca totalmente tra gli orientali e, in particolare, nella società israeliana. Credo che, sullo sfondo, in D’un tratto nel folto del bosco, ci sia anche questa consapevolezza, con la grazia e la profonda umanità di Oz, così diverso da me che sono più radicale. Ma forse ha ragione lui, forse bisognerebbe essere sempre profondamente umani e, come diceva Che Guevara, non dimenticare mai la tenerezza.

Copyright © Marilena Laterza / MITO SettembreMusica

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