Emanuele Casale. Pragmatico e trasparente

Emanuele Casale

su «Amadeus», novembre 2010

| Per il compositore catanese esordi da autodidatta, poi premi internazionali e committenti prestigiosi. E una sfida costante tra sperimentazione e comunicazione

| di Marilena Laterza

«Da ragazzino avevo i capelli lunghi e suonavo l’heavy metal. Ma la forma-canzone mi stava stretta, e decisi di andare a studiare in conservatorio. “Se non hai ancora dato l’esame di armonia non mostrarmi pezzi composti da te” fu il primo incoraggiamento, ma io continuai a scrivere per conto mio con un entusiasmo incredibile». È così che racconta i suoi primi passi di compositore Emanuele Casale, assaporando le consonanti da buon catanese, non senza un guizzo di faville negli occhi scuri. 36 anni, vincitore di premi internazionali, ricercato da committenti prestigiosi – alla Fenice di Venezia hanno scelto in lui l’autore di un nuovo lavoro per inaugurare il teatro ricostruito – nonché direttore artistico dell’Associazione Musicale Etnea, Casale custodisce con garbato riserbo i suoi esordi da autodidatta. «Quando riuscivo a ottenere qualche piccola borsa di studio, durante i corsi di perfezionamento incontravo tanti figli di papà che avevano studiato con grandi nomi, e io provavo vergogna nel dire che mio padre fosse un falegname. Desideravo a tal punto avere un grande maestro a due passi da casa che, diciassettenne, affascinato dal Manuale di armonia di Schoenberg, ne cercai un ritratto in biblioteca; e così, mentre leggevo, mi appariva questo maestro calvo che mi parlava dell’accordo di settima e delle quinte parallele».

Lettura preziosa, insieme al De La Motte, per supportare quella che Casale definisce una «fabbrichetta autonoma» di arnesi del mestiere, fondata su uno strenuo studio di partiture «da Bach a Berlioz, passando per i contemporanei», capace di garantirgli rigore e responsabilità: «In mancanza di ripari accademici dovevo dimostrare certe cose senza la carta; ma in questo modo ho evitato di omologarmi a una scuola». Come il suo catalogo ponderato testimonia. Sempre mirati, i lavori di Emanuele Casale rivelano un solido percorso di esplorazione e maturazione, dalla plasticità ludica di una serie di esperimenti a organico vario – raccolti sotto titoli numerici essenziali – alla metabolizzazione di suggestioni extra-musicali in brani come Esistere lago, nulla e un tempo (dedicato a un giardino morto) e Buongiorno stanza audace (commissione dell’ultima Biennale di Venezia), «versi di una poesia mancata, il cui senso risiede nella musica».

Fino alla rilevanza drammaturgica ed engagé di Conversazioni con Chomsky, talk opera per attori, cantante e strumentisti, allestita in prima assoluta in ottobre nell’ambito del “Festival Aperto” de I Teatri di Reggio Emilia: «Non volevo realizzare una performance radical chic» spiega Casale «bensì un’opera a carattere divulgativo con un intento sociale reale, che fornisse informazioni concrete al pubblico. Ho scelto di incentrarla sul personaggio di Noam Chomsky, e in particolare sui suoi scritti politici, perché vi si affrontano senza orpelli le disfunzioni della nostra società, dallo sfruttamento del lavoro alla globalizzazione, dal privilegio degli interessi privati alla finzione del neoliberismo». Riflessioni in musica alle quali il compositore siciliano, tuttavia, non è nuovo: A Victor Hugo Daza, partitura del 2006 portata in tournée dalla BBC Symphony Orchestra, è dedicata a un giovane boliviano ucciso durante una protesta contro la privatizzazione dell’acqua. «Dovrebbe essere ovvio interessarsi di questioni sociali: se fossi scrittore pubblicherei dei libri, se fossi muratore ne parlerei coi compagni di lavoro tra un colpo di piccone e una colata di cemento. Occuparmene attraverso la musica è semplicemente un modo ulteriore di vedere le cose».

Musica che Casale vive come sfida costante tra sperimentazione e comunicazione. «Uno dei miei obiettivi è la trasparenza», riferita ai significanti e non ai significati, come tiene a precisare. «Ho bisogno di perseguire un pragmatismo interiore che mi spinga verso soluzioni sonore dirette e sintetiche». Senza perdere mai di vista una personale crociata «contro i recinti creativi generati dalle scuole di composizione e ancora ravvisabili in molti festival europei di musica “colta”. La paura della ripetizione, della consonanza, della tonalità, della melodia troppo esplicita, del ritmo… Poco alla volta, ho cercato di superarle tutte, però non basta: la gente è troppo distante dalla musica rispetto al passato».

Di chi la colpa? «In parte, di tanti compositori responsabili, negli anni trascorsi, dell’allontanamento del pubblico. Adesso ce ne stiamo rendendo conto quasi tutti, ma c’è stato – e c’è tuttora – chi pensa che una musica comprensibile sia brutta o, comunque, commerciale. Questi muri eretti da un certo mondo accademico hanno reso il pensiero musicale “colto” la forma d’arte più antisociale in assoluto». E prosegue: «Sono tanti i musicologi che ascoltano con gli occhi o con le teorie: hanno bisogno dello scritto, di etichette, di supporti per capire come funziona una cosa. Ma se la musica non la “senti”, come puoi giudicarla?».

Il vero giudice, infatti, per Emanuele Casale è l’orecchio. «Non credo che una teoria possa giustificare una musica: se una composizione è coerente, lo capisci ascoltandola. Penso a Partiels di Grisey: nella prima parte c’è uno spettro armonico, con l’intento di passare all’inarmonico, cioè di spostarsi dalla distensione alla tensione. Ma, per chi l’ascolta, Partiels inizia già in tensione, perché Grisey usa anche gli armonici più acuti, che sono dissonanti; di conseguenza, esiste una distensione a livello teorico, ma non a livello pratico. Personalmente, rifuggo le tecniche, le serie, i sistemi preconfezionati da usare all’occorrenza, forse nel timore che la composizione diventi un’operazione d’ufficio».

Piuttosto che un processo misterioso: «Per cominciare mi basta nulla, anche tre suoni; li ascolto, li riascolto, diventano di più, e un’idea apparentemente insignificante si trasforma fino a divenire qualcosa di interessante. Peraltro, cerco sempre di guardarmi intorno a 360 gradi, e nella mia musica ci sono tracce del rock, di un certo tipo di punk, dell’elettronica di retroguardia, e di chissà cos’altro. Non in forma di citazioni, ma come suggestioni astratte rielaborate». Tanto da promuovere l’insegnamento della musica leggera nei conservatori. «Se superassimo un certo snobismo e ammettessimo studenti che vogliono fare gli arrangiatori o suonare la chitarra elettrica, ai quali far approfondire anche i linguaggi della musica “colta”, la musica leggera – che oggi, rispetto agli anni Settanta, è ridotta al niente – diventerebbe più creativa e sperimentale. E noi ne guadagneremmo in freschezza: ascoltare Björk o i Radiohead ci aiuterebbe a non scrivere l’ennesimo pezzo bouleziano».

Un parere espresso a ragion veduta, poiché Casale, da qualche anno, insegna musica elettronica al Conservatorio di Palermo, e da osservatore sul campo avverte: «I giovani sono molto ferrati sulla tecnica, ma raramente – lo noto tra gli studenti – ce n’è qualcuno creativo. Con la conseguenza di non saper entrare in sintonia con la creatività degli altri». E aggiunge: «Mi è capitato di fare ascoltare musiche di Donatoni a un gruppo di bambini, e sono stati capaci di descriverla: “Mi sembra di essere in una foresta, però gialla”, oppure “con gli uccellini fatti di legno”. Ho fatto ascoltare le stesse musiche all’università, e la reazione è stata violenta perché “non era musica piacevole”».

Come evitare quest’involuzione? «I bambini, per natura, sono molto curiosi, affascinati dall’invenzione; poi la scuola tende a sviluppare soprattutto l’emisfero sinistro – quello della tecnica e della memorizzazione – e il destro, deputato alla creatività, si atrofizza. Bisognerebbe comprendere che per rilanciare l’Italia si deve partire anche dall’arte: un ragazzo che conosce la musica, la pittura, il cinema d’autore, se diventerà un imprenditore, sarà un imprenditore più creativo. Studiare economia non basta». Inevitabile chiamare in causa la riforma dei conservatori, «dietro la quale c’è una logica gattopardiana: cambiare tutto per non cambiare niente. O, peggio ancora, risolvere un problema – ammesso che ce ne fosse uno – creandone altri tre. Con la riforma Gelmini, d’altra parte, l’università ha subìto una riduzione di fondi. Ma i soldi non vanno tolti, vanno redistribuiti meglio; e si dovrebbero fare leggi molto severe contro il baronato, per favorire i giovani ricercatori. Anche se spesso non è un problema di anagrafe, bensì di struttura mentale».

In chiusura, sulla scelta di ristabilire a Catania la sua dimora dopo svariate esperienze all’estero, Casale non concede sentimentalismi. «Per ristrutturare casa» – nera come tutta la città contadina in pietra lavica – «ho fatto spese folli. Ma la Sicilia non è soltanto quel luogo “fantastico” – come sento dire spesso – in cui posso prendermi i miei tempi per scrivere; è anche un’isola occupata militarmente da politici con un altissimo grado di cinismo e di frustrazione, dove fare musica è sempre più difficile».

© Riproduzione riservata

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