Battistelli, Marcoaldi, Servillo | «Sconcerto»

programma di sala per Sconcerto. Musica di Giorgio Battistelli, testo di Franco Marcoaldi, con Toni Servillo e la partecipazione di Peppe Servillo

| MITO SettembreMusica, 19 settembre 2010, Piccolo Teatro Strehler, Milano

Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli | Toni Servillo, regia
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Giorgio Battistelli. Appunti da una conversazione
a cura di Marilena Laterza

«Quand’ero bambino, mia nonna aveva due teatri di varietà in provincia. Nel fine settimana venivano a pranzo e a cena Achille Campanile o Aldo Fabrizi. E io ho trascorso la mia infanzia sempre lì, in prima fila, a guardare quelli che raccontavano storie, che facevano commedie, balletti, musical, varietà puro d’intrattenimento: sono cresciuto dentro una scena. Mi è venuto spontaneo scrivere un certo tipo di musica perché quello è il mio mondo: anche nell’organizzazione della scrittura musicale dei miei lavori sinfonici c’è sempre un riferimento inerente alla visione, e quando un musicista mi dice: “Ma questo è teatro!”, per me è una soddisfazione». Racconta così il suo approccio drammaturgico alla musica Giorgio Battistelli, 57 anni, compositore per il teatro tra i più creativi sulla scena europea, come il suo catalogo gremito di opere, lavori di teatro musicale e melologhi testimonia. Un catalogo che da qualche settimana annovera anche la partitura di Sconcerto, intorno alla quale Battistelli si è raccontato nella sua casa romana durante un’ampia conversazione, che qui restituiamo in un taccuino di piccoli focus.

[…] forma| «Poco prima della sua morte, a Venezia ho discusso con Kagel della forza e del peso storico che possono avere i materiali musicali. E ci siamo trovati d’accordo nel ritenere che oggi è la forma, l’organizzazione dei materiali, a determinare l’opera, e non la loro originalità. Una triade, inserita in un determinato momento, può essere più eclatante di un bicchiere che si rompe o di un legno che si spezza, se è la dimensione drammaturgica a fare da guida».

[…] scrivere| «Accanto alla riflessione teorica, strutturale, che riguarda i criteri possibilidi elaborazione del materiale, è necessario interrogarsi sui significati della teoria sul piano dell’esperienza umana. E non si tratta soltanto di dare un contenuto ideologico a una composizione contro i bombardamenti dei B525americani in Vietnam o per gli operai di Pomigliano d’Arco, ma anche di riflettere sul nostro tempo e sul nostro ruolo di compositori, sull’incisività del nostro operato nella società contemporanea attraverso la forma di espressione che scegliamo: scrivere musica. Perché l’unica risposta che possiamo dare al presente, in quanto musicisti, è continuare a scrivere. Soltanto attraverso i mezzi espressivi che abbiamo a disposizione e che più conosciamo, cioè quelli della musica, possiamo confrontarci e contrapporci al presente affrontando, anche a livello politico, le sofferenze, le ingiustizie, le cose che non vanno e quelle che vorremmo cambiare. Parlare del presente attraverso ciò che avremmo potuto scrivere sarebbe una forma subdola di nichilismo».

[…] imperfezione| «L’imperfezione non è dilettantismo, ma capacità di intercettare un’altra dimensione: è come trovarsi davanti a una cattedrale e avvicinarsi sempredi più fino a guardare a pochi centimetri di distanza la singola pietra, porosa, imperfetta, appunto. Ma se dall’imperfezione della singola pietra ci si allontana a qualche decina di metri, si coglie la bellezza di quella magnifica cattedrale».

[…] occhio, orecchio| «Il linguaggio contemporaneo della pittura è più accettato di quello musicale, perché l’occhio è molto più educato rispetto all’orecchio. Nei salotti bene di Milano capita di vedere un Pistoletto o un Kounellis: ci sono persone che convivono piacevolmente con un’opera di stracci messa in un angolo del loro elegantissimo appartamento. Ascoltare, negli stessi salotti, le Sonate e interludi di John Cage è molto più difficile».

[…] ministri| «Alla fine dell’incarico di Gérard Mortier come direttore generale dell’Opéra di Parigi, mi è capitato un incontro davvero simbolico con il Ministro della Cultura francese. Quando gli ho chiesto: “Ma il dopo Mortier come sarà?”, lui mi ha risposto: «È proprio questo il problema. Perché l’Opéra non ha bisogno di un clone di Mortier né di un restauratore che torni indietro alla tradizione, così come non ha bisogno di un iconoclasta che rompa tutto. Serve una persona che sia capace di investire e allargare ulteriormente il perimetro tracciato da Mortier». Chapeau. Non ha importanza la collocazione politica, ma la qualità della persona, perché è così che si affrontano i problemi: individuando coloro i quali abbiano gli strumenti culturali per far crescere un teatro o una città, e non vivendo alla giornata con politiche di galleggiamento. Soltanto in questo modo si può garantire una prospettiva alle generazioni che verranno».

[…] incanto| «Credo che la bellezza dell’arte stia anche nell’eludere un’aspettativa. Quello che spesso mi chiedo quando vado a vedere una mostra, un film o leggo un romanzo è di essere, in qualche modo, sorpreso. E, a volte, mi capita di commuovermi: mentre calava il sipario del primo atto di Un re in ascolto, a Parigi, ho pianto. Questo emozionarsi di fronte a una musica, non per ciò che rappresenta dal punto di vista artigianale, bensì per i perimetri espressivi e di contenuto cui rimanda quell’ascolto, è una dimensione dell’incanto – come diceva Cacciari – che stiamo perdendo».

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Sconcerto secondo Servillo
a cura di Marilena Laterza

[…] «Sconcerto vuole esprimere l’inferno nel quale siamo precipitati. Un inferno non solo morale, ideologico, intellettuale, ma anche di senso e di linguaggio, perché non troviamo più le parole per tornare a un’espressione chiara, diretta e inequivocabile. Un inferno che nel direttore d’orchestra di Sconcerto si incarna».

foto © MITO SettembreMusica

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Ripartire dal colore dell’erba. Un’intervista con Franco Marcoaldi
a cura di Marilena Laterza

[…] Dal punto di vista ritmico-fonetico, retorico e formale, il testo di Sconcerto rivela la sua grande familiarità non solo con la parola poetica, ma anche con la parola messa in musica. Una familiarità maturata sul campo di un’esperienza decennale come librettista, mestiere antico e, certamente, problematico nel rapporto con la musica ‘contemporanea’.
Quando, alla fine degli anni Novanta, iniziai la mia collaborazione con Fabio Vacchi per un ciclo di Lieder, interpretati a Salisburgo da Anna Caterina Antonacci, mi colpì la capacità della musica di moltiplicare l’aspetto significante della parola poetica. Nello stesso tempo, è altrettanto vero che nella contemporaneità si possa ravvisare una certa difficoltà nell’ascoltare una parola recitata e detta che venga poi cantata: il secondo Novecento ha riflettuto tantissimo su questo aspetto, e ne ha anche patito molto. Nel caso di Sconcerto, abbiamo cercato una strada nuova: la parola non viene più cantata, ma conserva e addirittura esalta – per quanto possibile – tutti gli aspetti ritmico-musicali di cui possa farsi portatrice, in un testo che, quindi, chiama e raccoglie gli effetti della musica. E non si tratta di un lavoro semplicemente poetico, bensì con un forte valore di natura teatrale: ci sono parole che non avrei utilizzato se avessi scritto un poemetto, e che qui invece hanno un senso perché saranno animate dalla voce di un personaggio.

Una scelta stilistica che ripone una fiducia nella parola, smentita, tuttavia, dal contenuto del testo.
Elias Canetti diceva: «La parola introduce elementi di ambiguità, la parola è falsa, ma alla fine che cosa mi resta d’altro se non la parola?». Quindi, mi esprimo inevitabilmente attraverso la parola perché il mio mestiere è quello: lavorare con le parole. Ma è significativo che nella parte finale di Sconcerto, a fronte dell’enorme difficoltà della parola di creare corrispondenza tra ciò che sentiamo e la nostra espressività, sia il linguaggio della musica – così asemantico, astratto e difficile da catturare con le definizioni – a fornirci infinite indicazioni: la musica dimostra, ad esempio, che per esprimersi bisogna saper ascoltare, e che il concetto di contrappunto è un elemento decisivo che non ha niente a che fare con l’imbarbarimento e con presunte idee di conflitto. E, soprattutto, la musica ci invita a ritornare – per quanto possibile – a un’assoluta semplicità. Tutto il catalogo finale, infatti, volutamente tautologico, dice proprio questo: che le cose sono davvero quelle che sono, anche se sembra ce ne siamo dimenticati. Ed è proprio da qui che dovremmo ripartire: ricominciando – come ricorda Parise nei Sillabari – dal dire che l’erba è verde, da un apparente grado zero che ci permetta finalmente di recuperare una corrispondenzatra sentimento ed espressione. Una corrispondenza che l’incrocio tra la parola, il teatro e la musica di Sconcerto vorrebbe provare a definire.

«Ce ne stiamo stretti stretti, / però non ci vediamo. / Ci tocchiamo dicontinuo, / però non ci sentiamo», si legge nel testo di Sconcerto. Che cosa pensa un poeta dei radicali mutamenti in atto nella socialità contemporanea?
Il paradosso inquietante di questi quattro versi non è un’idea mia, ma una parafrasi da Tocqueville: è straordinario constatare quanto la tradizione, quando è così straordinariamente profetica, possa ancora aiutarci a cogliere l’oggi. Fatta questa premessa, basta aprire un giornale o ascoltare un dibattito per avvertire la sensazione di un disperato bisogno di fare massa, che contemporaneamente si sposa a un senso di profonda solitudine: una solitudine negata, dalla quale si cerca perennemente di fuggire. Il frastuono in cui ciascuno di noi campa quando accende le televisioni, quando sta di continuo al telefono o su internet, quando in un ristorante ha l’assoluta impossibilitàdi mangiare senza quei terrificanti accompagnamenti musicali, mostra una situazione curiosa e un po’ straziante in cui l’atomizzazione dell’esistente non consente la relazione e – per citare ancora il mio adorato Canetti – si va tutti nel luogo in cui tutti stanno andando. Quest’estate, ad esempio, tutti andavano a vedere Caravaggio alle quattro della mattina a San Luigi dei Francesi; eppure Caravaggio, a San Luigi dei Francesi, c’è ogni giorno dell’anno. Abbiamo il terrore della solitudine, ma dimentichiamo un assunto: che la possibilità di avere relazioni sane con gli altri è profondamente legata alla capacità di stare da soli.

Copyright © Marilena Laterza / MITO SettembreMusica

[I testi pubblicati sono stralci dal programma di sala. Versione integrale in pdf su:  http://www.mitosettembremusica.it/

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