Oz, Vacchi, Serra | «D’un tratto nel folto del bosco»

programma di sala per D’un tratto nel folto del bosco, melologo di Fabio Vacchi su testo di Michele Serra tratto da un racconto di Amos Oz

| MITO SettembreMusica, 12 settembre 2010,Teatro Franco Parenti, Milano

Moni Ovadia, voce recitante | Sentieri Selvaggi, ensemble | Carlo Boccadoro, direttore

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D’un tratto nel folto del bosco. Note in margine
di Marilena Laterza

Il lógos

«Gli abitanti di un mondo disincantato come il nostro
hanno ancora bisogno di fiabe che, se non parlano più
di fate e di streghe, devono pur sempre insegnarci la
meraviglia».

Benché, qualche anno fa, amasse parafrasare con queste parole il sociologo Alberto Melucci; benché sia padre di tre bambini straordinari ai quali, di storie, deve averne raccontate, è con D’un tratto nel folto del bosco che, per la prima volta, Fabio Vacchi si cimenta in musica con una fiaba.

Una fairy tale – come la definisce Amos Oz nel sottotitolo originale – pubblicata nel 2005 e riadattata per l’occasione da Michele Serra con un lavoro sapiente di tagli e ricuciture che approntano il testo2 per la fruizione drammaturgica conservandone, nondimeno, i pregi letterari.

Onora non poche delle ben note funzioni morfologiche di Propp, infatti, la storia dei piccoli Maya e Mati che, non rassegnati al silenzio omertoso degli adulti sull’assenza di animali nel villaggio, si mettono sulle tracce della verità infrangendo il divieto di avventurarsi nel bosco fino all’incontro – in una felice babele sinestetica di versi, colori, carezze della natura – col demone Nehi e con la sua verità di ex-bambino emarginato, affrancatore artefice – in una notte piovosa di molti anni prima – dell’esodo di tutti gli animali, stanchi come lui di torture e maltrattamenti ad opera degli abitanti della valle.

Una storia, per giunta, imparentata per lingua e per figure col più remoto, forse, tra i «c’era una volta», di cui Oz custodisce in filigrana il sostrato simbolico. Capita, così, che dinanzi all’oscurità incombente del villaggio la mente corra al buio d’apertura della Genesi; e che, nell’ascesa al pendio boscoso coronato da una nuvola, l’occhio scorga la nube rivelatrice che accoglie Mosè sulla sommità del Sinai; o, ancora, il giardino edenico – se non proprio l’Isaia escatologico – nel tripudio di piante e animali della dimora di Nehi.

Ma è senza dubbio nella profonda vocazione etica, di cui questa fiaba si fa portatrice, che Fabio Vacchi – come sempre nei suoi ‘annusamenti’ con un testo da mettere in musica – deve aver percepito un’intima risonanza. Un’etica della memoria e dell’identità, come Michele Serra suggerisce nell’introduzione, a sua firma, del testo recitato. Un’etica, ancor prima, della convivenza, di cui la lingua ebraica porta il segno in antichissime radici, intorno alle quali, probabilmente, D’un tratto nel folto del bosco germoglia. […]

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«La memoria è come il cibo». Un’intervista con Michele Serra
a cura di Marilena Laterza

[…] Nel prologo alla fiaba lei offre una chiave di lettura preventiva incentrata sull’importanza della memoria; d’altra parte, sulle pagine di «Repubblica», alcuni mesi fa, rifletteva sul diritto alla dimenticanza. Di quale ricordo e di quale oblio abbiamo dunque bisogno?
Credo che la memoria sia come il cibo: se la metabolizzi ti nutre, diventa parte di te. Se ne fai indigestione, o al contrario la neghi e la rigetti, la memoria è nociva. L’eccesso di memoria può anche rendere obesi e grevi i pensieri. Il racconto di Oz, oltre a essere un apologo sulla tolleranza, è anche una riflessione sul rapporto tra memoria e dimenticanza, tra verità, anche dolorosa, e ipocrisia. Oz assegna all’infanzia il compito di salvare la verità. E fa gravare sulle spalle degli adulti la responsabilità della menzogna.

foto © MITO SettembreMusica

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Copyright © Marilena Laterza / MITO SettembreMusica

[I testi pubblicati sono estratti dal libretto di sala]

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