Francesco Antonioni. Lieve e pensoso

Francesco Antonioni

| su «Amadeus», maggio 2010

| Comincia dal rigoglioso talento del musicista romano un viaggio nell’universo dei compositori italiani nati negli anni ‘70

| di Marilena Laterza

In Italia c’è una generazione di compositori in fermento che scrive, viaggia, insegna, sperimenta: sono i nati negli anni ’70. Figli del postmoderno, superano le querelle del ‘900 nella sintesi di gioco, artigianato, comunicazione e ricerca. Spesso trovano più spazio all’estero che in patria, dove spopola chi scala le classifiche a suon di sneakerse piano facile. Li incontriamo in un ciclo di interviste per chi diserta la contemporanea e per chi tifa Luigi Nono, per chi fa i cartelloni e per chi li finanzia (oppure no). Sulle tracce della musica del futuro.

È la leggerezza la prima qualità che affiora alla mente di chi avvicina Francesco Antonioni, compositore romano, 38 anni, protagonista di questo ritratto d’apertura. La leggerezza con cui porta l’ingombro e l’onore di maestri importanti, la leggerezza con cui la sua voce garbata accompagna gli ascoltatori di Radio3 da molti anni, la leggerezza dei suoi pezzi migliori, sempre animati da un moto che suggerisce la dynamis del volo. Insomma – per dirla con Calvino – quella leggerezza della pensosità che si associa con la precisione e la determinazione, e niente ha da spartire con la frivolezza.

Talento rigoglioso con debutti rilevanti – dalla Biennale di Venezia nel 2001 all’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia nel 2006 – Antonioni è appena rientrato dagli Stati Uniti, dove ha trascorso sei mesi nel circuito della Cornell University grazie a una borsa di studio Fulbright. «Dopo la mia prima esperienza americana nel 2002», esordisce, «ero persuaso che oltreoceano ci fosse qualcosa di nuovo all’orizzonte: intanto, un’interpretazione più democratica e accessibile della musica come antidoto alle misticherie della nostra Europa. E poi, la confluenza di due mondi musicali, apparentemente in lotta, verso una musica che potesse conferire le forme raffinatissime della classica, cariche di significato ma non immediatamente accessibili, ai suoni meravigliosi della musica leggera che, invece, per esigenze pseudo-commerciali, sono relegati in brani dalla durata standard di due o tre minuti e mezzo con contenuti, spesso, superficiali. A distanza di qualche anno, però, mi sono reso conto che anche dai seminari di Bang on a Can», noti per l’anticonformismo in jeans e T-shirt, «è nata un’accademia. Ne ho ricavato una delusione positiva, perché evidentemente la contraddizione tra classica e leggera è feconda e ancora da indagare: chi trova una soluzione farà la musica del terzo millennio».

E una soluzione, pur coi piedi per terra, Francesco Antonioni la sta cercando. Il compositore appena trentenne che qualche anno fa portava in scena al Piccolo di Milano un’intuizione indovinata come Chat Opera, “ambientata” – con tanto di dj e citazioni dai Radiohead – in mezzo alle relazionalità lattiginose di un Facebook ante-litteram, ora è cresciuto; e dopo aver messo il naso fuori casa, si va affrancando dal post-minimalismo ragionato di tanti suoi lavori per cercare l’incontro col DNA mitteleuropeo, alla conquista di un linguaggio più maturo e personale. Per capirlo basta ascoltare Ballata (2009) per 8 archi solisti, commissione del Birmingham Contemporary Music Group elogiata dalle penne del Guardian e del Times. «Come dice Alberto Sordi in Un americano a Roma, arriva un momento nella vita in cui devi sapere di chi sei figlio», scherza Antonioni. «E recentemente io ho sentito che potevo permettermi di tirar fuori la cultura umanistica e l’educazione musicale classica, finora rimaste in soffitta perché le consideravo un retaggio fuori moda che invece, nei miei ultimi pezzi, mi ha permesso di interpretare alcuni eventi in maniera feconda: se prima scrivevo una musica che comunicasse la purezza e la spensieratezza della gioventù, oggi che sono diventato padre – per capirci – mi sento autorizzato a compiere un passo in avanti e, con la stessa coerenza, cerco di esprimere la consapevolezza del presente».

Ma Antonioni non si sente figlio soltanto di Beethoven e di Berg. Da Le Melodie nascoste – interpretata dalla Sinfonica della Rai nel 2004 per Settembre Musica – al Concerto per violino (2006) –  commissione del Teatro Lirico di Cagliari e dell’Albany Symphony Orchestra – le sue partiture risuonano di melodie dall’inconfondibile cantabilità mediterranea. «Sento particolarmente vicina la musica popolare o concepita, comunque, in epoche in cui la fruizione musicale non era passiva e non esisteva una netta distinzione fra musica alta e bassa. Anche Ballata nasce da due spunti sonori interdipendenti legati alla mia biografia: Ecco la primavera che il cor fa rallegrare di Francesco Landino e una ninnananna apotropaica del Salento. Il mio approccio consiste nell’investigare questi brani e le loro concatenazioni non soltanto dal punto di vista strutturale, ma anche emotivo. E questa operazione necessita di un’indagine estetica oltre che, naturalmente, di un minimo di tecnica compositiva».

Tecnica compositiva che il compositore romano, dopo gli studi di rito con Gervasio, Valdambrini e Corghi, ha affinato alla scuola di un illuminato come George Benjamin, il quale lo ha reso «consapevole della carica espressiva insita nelle tecniche musicali», instillandogli un’idea dell’uso della dissonanza poi approfondita nientemeno che con Hans Werner Henze, di cui Antonioni è stato assistente per tre anni: «non si può pretendere di scrivere una musica sempre consonante, serena, perché negare le zone nere del proprio immaginario è una bella favola per bambini; ma si scrivono le dissonanze solo quando si portano nell’anima». Affermazioni da far sobbalzare qualche solone della contemporanea, ma Antonioni ha le idee chiare. «Appartengo a una generazione che, della seconda guerra mondiale, non ha vissuto neanche gli effetti: ho conosciuto questa tragedia sui libri e per me la storia non è una vergogna, bensì un repertorio di conoscenza e di profondo arricchimento, una polisemia di voci, percorsi, interpretazioni tra cui siamo liberi di scegliere. Certi problemi di “coerenza” riguardano una generazione che doveva tirarsi fuori da un abisso».

Un abisso superato, molto spesso, col rifiuto della bellezza in favore dell’autenticità e dell’astrazione, categorie storiche ed estetiche che ad Antonioni stanno strette: l’unica “prescrizione”a cui sente di obbedire è la verità, che riconosce in Lachenmann come in Claudio Villa. «La verità»,  spiega, « intesa come onestà e pertinenza del messaggio, non è nella mente di chi scrive, ma in ciò che viene scritto. Nella musica di Pierre Boulez c’è molta più emotività di quanto egli stesso autorizzi a pensare con i suoi scritti; e credo che la reiterata negazione di edonismo in Lachenmann sprigioni una forza pari a quella di Giovanni Battista nel deserto. Non riconosco, invece, la stessa forza in coloro che utilizzano certe tecniche come mattoni da costruzione privati del carico di necessità espressiva originario. Quando un compositore, dopo aver fatto il vuoto intorno a sé, arriva a scrivere un silenzio perché niente per lui è altrettanto denso di significato, siamo di fronte a una drammatica espressione artistica; ma se un compositore assume il silenzio come punto di partenza per costruirvi un mondo, allora siamo di fronte a un’opera pornografica». Sulla cui necessità, in tempi di magra, viene da porsi qualche dubbio, ma che Antonioni, in qualche modo, giustifica. «Per avere un fiore nel prato, dev’esserci un prato; si può obiettare che i fili d’erba non siano fiori, però senza fili d’erba i fiori non nascono. Mettendo alla canna del gas gli enti che ne predispongono l’humus, si determina la morte della musica».

Musica che in Italia, sui giornali, figura tra gli spettacoli, considerata «un sollazzo, e non cultura, che per definizione comporta un percorso di crescita cui non si accede attraverso la pigrizia e la passività». E qui avanza qualche perplessità sulla musica in tv. «Non possiamo pensare di guardare i Pagliacci di Leoncavallo con la stessa distrazione con cui si segue un episodio di Dr. House. Per sentire un concerto bisogna uscire di casa e andare a teatro: si riceve in cambio molto più del tempo che si perde». Anche quando si va ad ascoltare un concerto di contemporanea? «Certo, purché non si tratti di pietanze esotiche o piatti surgelati. L’arte ha il compito di indicare una via da intraprendere, e la sfida della musica nuova è porre la gente di fronte a un enigma del quale fornire anche le chiavi di accesso; un enigma ineffabile, ma pieno di senso e di gratificazione per chi voglia interrogarlo».

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[foto di  Gianluca Moro]

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