Petruzzelli: «Il nuovo teatro sarà uno spazio aperto a tutti».

di Marilena Laterza
su «il manifesto» del 1 novembre 2009

BARI – È un Petruzzelli tirato a lucido quello che fa bella mostra di sé in Corso Cavour, circondato dall’orgoglio dei passanti che sbirciano oltre i rosoni illuminati dopo aver scorso la locandina di A Midsummer Night’s Dream di Britten.

vaccari

Giandomenico Vaccari

«Un teatro ricostruito con un’acustica moderna, leggermente asciutta, che restituisce tutte le dinamiche e i colori di voci e strumenti» spiega Giandomenico Vaccari, sovrintendente della Fondazione Petruzzelli e Teatri di Bari dal 2005. «L’allestimento di uno spettacolo complesso come il Midsummer sta mostrando anche le potenzialità della macchina scenica, tecnologicamente all’avanguardia ma priva di ipertecnicismi che farebbero perdere, con l’eccesso di effetti speciali, il filo della drammaturgia. Il Petruzzelli, oggi, è un bellissimo teatro: ora tocca a noi riempirlo di contenuti».

Per la riapertura, più volte rimandata per questioni burocratiche, si erano annunciati Mehta e Domingo, e poi Muti con la Israel Philharmonic. Non è stata un’inaugurazione un po’ repentina quella allestita il 4 ottobre con l’Orchestra della Provincia di Bari diretta da Fabio Mastrangelo, a meno di un mese dalla consegna delle chiavi?
Se c’è un teatro perfettamente funzionante, bisogna aprirlo subito. La gente ha aspettato diciotto anni per tornare al Petruzzelli, e ci sono generazioni che non l’hanno mai visto o non se lo ricordano. Per questo abbiamo pensato a una pluri-apertura nell’ordinarietà: un percorso di manifestazioni che ha esordito con la Nona di Beethoven del 4 e 5 ottobre e culminerà il 6 dicembre con l’inaugurazione della nuova stagione. E la risposta del botteghino, più rosea di ogni previsione, sembra premiare questa scelta.

Che musica ascolteremo, a seguire, nel nuovo Petruzzelli?
Naturalmente il grande repertorio, visitato – e non “rivisitato” – in modo moderno ed intelligente; ma anche Wagner, criminalmente assente da Bari per trent’anni, del quale è già in corso l’allestimento quadriennale del Ring, affiancato da un ciclo Strauss, altra grave lacuna da colmare. Inoltre, punteremo sulla nuova musica, cercando di commissionare un’opera ogni anno per evitare la “sindrome dell’archeologia”. Abbiamo scelto di iniziare con il compositore Fabio Vacchi, che è già al lavoro su un libretto di Amos Oz: in scena nel maggio 2011, Lo stesso mare sarà la prima opera scritta per il Petruzzelli.

E per quel che riguarda la programmazione sinfonica e cameristica?
Non ci limiteremo al repertorio classico, ma terremo conto anche di altre forme di espressione musicale. È  ora di dismettere l’accademismo e dare spazio sì al Clavicembalo ben temperato di Bach e alla Tosca, ma anche al jazz e, magari, a un concerto pop di qualità, nel massimo rispetto della struttura.

Coltivando un pubblico di settore o trasversale?
Il nuovo teatro fungerà da collante tra “i pubblici”, perché il Petruzzelli vuole essere di tutti. Non a caso stiamo predisponendo un piano abbonamenti per tutte le tasche: avere prezzi stratosferici in un momento di crisi significherebbe codificare culturalmente che il teatro d’opera è per pochi, mentre invece è nato come genere popolare o piccolo-borghese. Certo, il pubblico va informato e sensibilizzato: purtroppo, la famiglia non tramanda più il melodramma come un tempo. E allora portiamo a teatro le mamme e i papà, e spieghiamo ai ragazzi nelle scuole che l’opera del ‘900, per esempio, può essere molto stimolante, poichè mette in scena la nostra autobiografia di cittadini del nostro tempo.

Lei siede anche nel Consiglio di presidenza dell’Anfols, l’associazione nazionale delle fondazioni lirico-sinfoniche: quale futuro per la musica e per l’opera?
È necessaria una riforma strutturale che sia per il settore, e non contro. Le riforme, però, si fanno con i soldi, e lo stato dovrebbe essere più fiducioso: forse i nostri teatri spendono ancora troppo, ma la battaglia per la produttività è stata vinta. Ora si dovrebbe investire nella formazione, per esempio promuovendo la qualità delle docenze nei conservatori o istituendo accademie nazionali di canto lirico riconosciute a livello statale: i cantanti devono formarsi a scuola, non in stage privati. Inoltre, la trasformazione degli enti in fondazioni non è stata ancora compiuta come dovuto a proposito delle detrazioni fiscali sui contributi privati. Ma la sfida più grande resta quella della comunicazione: senza il rinnovamento del pubblico, infatti, rischiamo di produrre cultura e formare musicisti per un pubblico che non c’è più.

[foto © Cofano Iesseppi]

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