Di che colore è la musica di Giovanni Allevi

di Marilena Laterza (articolo commissionato da il manifesto a gennaio 2009)

Il casus belli è noto. 21 dicembre, Palazzo Madama: a dispetto di una tradizione che annovera i nomi di Muti e Maazel, nonché Vivaldi, Rossini e Schubert, il Concerto di Natale 2008 vede in diretta su Raiuno Giovanni Allevi, musicista quarantenne ex supporter di Jovanotti qui trasfigurato, uno e trino, in pianista, concertatore e autore delle musiche eseguite. La reazione degli addetti ai lavori, fin troppo a lungo incubata, erompe inevitabile; paladino d’esordio, un Uto Ughi concitato che sulle pagine de La Stampa si dichiara offeso, seguito a ruota dagli interventi in fiamme di critici, direttori artistici e compositori. Ma Allevi non demorde: pur nello stile crepuscolare che lo contraddistingue, tira giù Mozart, la Fenomenologia di Hegel e la Casta – ancora lei, questa volta dei musicisti – per sentenziare imperterrito che la sua «è musica classica contemporanea». Dai commenti serrati su YouTube ai gruppi-sottobosco di Facebook, passando per sondaggini ultimativi, la crociata non si placa. Ed è un peccato se il quid della querelle si perde un po’ di vista.

giovannialleviChapeau ad Allevi, infatti, che ha saputo guadagnarsi, in tempi amari, un lavoro così ben remunerato. Tuttavia, qualche riflessione sarà pur lecita, non foss’altro che per mettersi d’accordo sullo scaffale in cui impilare i cd del riccioluto, con buona pace del pubblico disorientato e dei commessi Feltrinelli. Perché si dà il caso che tra il settore di musica pop e quello di «classica contemporanea» ci sia la stessa distanza – non sempre a ragione, ma a volte sì – che separa il corridoio della coca-cola e del Montefalco Sagrantino all’ipermercato. E se Allevi insiste per un posto tra un Luigi Nono e uno Sciarrino, è forse il caso di indagare.

Per cominciare, non è una questione di curriculum. Decine i musicisti italiani con diploma di conservatorio in pianoforte e composizione, oltre che laurea all’università (questo il cursus honorum ribadito ad ogni pie’ sospinto da Allevi); ad alcuni riesce finanche l’impresa di diplomarsi in Direzione d’orchestra, Musica elettronica, Direzione di coro, ma ciò non li induce necessariamente ad autoinvestirsi fondatori di un «nuovo Rinascimento» o a sciorinare crisi di panico nelle ambulanze. D’altra parte, non è neppure un discorso di strumenti. Il pianoforte e l’orchestra – è vero – nell’immaginario collettivo afferiscono alla classica, così come batteria e chitarra elettrica s’identificano col pop; ma cosa dire allora della James Last Orchestra, o di due popular di vaglia come Samuele Bersani e Yann Tiersen – tanto per citarne un paio che lavorano col pianoforte, sebbene all’occorrenza sappiano anche cantare o imbracciare altri strumenti? Il confine è appunto un po’ più raffinato e, senza pretendere di avventurarsi fra i testi sacri della musicologia, se ne può tentare, quanto meno, un bigino.

Se in principio (restando all’occidente) era la Musica – quella che oggi, per intenderci, chiamiamo «classica» – e l’aristocrazia finanziava le note, e a riempire i teatri erano arciduchi e marchesi, più tardi arrivò la borghesia, e alla prima di Traviata non ci andò certo Cenerentola. Nondimeno, quella stessa mano di Mozart, Verdi, Brahms, che vergava fiori d’opere e sinfonie, scriveva anche romanze per canto e piano, divertimenti, danze e contraddanze da eseguire durante i banchetti, le feste, o nel salotto di Nonna Speranza. Un solo compositore per più generi di musica, insomma, e soprattutto un solo pubblico (mecenate ma anche destinatario attivo, perché capace di tenere tra le mani un archetto) per musiche diverse. Sul finire dell’800, però, è la volta del fonografo, della società di massa e del mercato musicale: tante le musiche, potenzialmente, quante le teste desiderose di ascoltare e le tasche volenterose di comprare. Ma non sempre chi compra decide con la propria testa, e non sempre chi fa cultura decide di assecondare i possibili acquirenti.

Ed eccoci al bivio cruciale del Novecento: scrivere musica privilegiando il momento della creazione o quello della fruizione? Disparate le risposte. Da un lato, il cammino atonale e dodecafonico intrapreso da Schönberg (che Allevi cita e abiura), proseguito con la serialità di Darmstadt – tanto per aggiornarci almeno al secondo dopoguerra; cammino senza fini di lucro, proteso alla ricerca del senso più che della sensazione e, come tutti i percorsi in salita, con un manipolo ristretto di seguaci, così da necessitare di sovvenzioni statali per vivere (il risultato non è certo garantito ma talvolta, si sa, per aspera ad astra…). Sul versante opposto, Madonna o i Take That: equilibrio funzionale di standard familiari e di elementi insoliti per soddisfare un indice elevato di palati.

Come sempre, però, in mezzo al nero e al bianco molte le scale di grigi: Beatles, Radiohead, dozzine di concept album, Ligeti nei film di Kubrick, Sinfonia di Luciano Berio, un David di Donatello a Fabio Vacchi qualche anno fa – per citare solo una manciata di gradazioni intermedie – testimoniano l’esistenza sia di una musica tendenzialmente «popular» che, tuttavia, schiva meri intenti commerciali, sia di una «classica contemporanea» che non teme una dimensione comunicativa e recupera il rapporto con la percezione dell’ascoltatore.

E allora, il nostro Allevi di che colore è? Spartiti alla mano, le raccolte di Joy e No Concept srotolano in forma sparsa elementi che nel gergo tecnico riferito alla classica sette-ottocentesca prendono i nomi di forma tripartita, rondeau, quadratura del periodo, progressione, basso continuo, pedale armonico, e nel pop diventano chorus-bridge, verse-chorus, riff, hook, groove, ground, break, e così via.

Un design musicale, insomma, che possiamo rinvenire in qualche preludietto barocco, in certe «romanze senza parole» per pianoforte di metà Ottocento (le più elementari) o in molta canzone contemporanea. Sicchè il menu preparato da Allevi non offre che due possibilità di definizione: forma alquanto edulcorata di «musica classica» vecchia duecent’anni e quindi familiare all’ascoltatore perché già mille volte ascoltata, ratificata e assimilata – e allora viene da chiedersi dove il «nuovo che avanza» – oppure musica dalla sostanza sì «contemporanea», ma del più semplice ed easy listening pop.

Ora, che al lupo capiti di vestirsi da nonna è cosa risaputa. Ben più allarmante, invece, questo pubblico musicale così ingenuo e inconsapevole da trangugiare bottiglie con sopra l’etichetta di un vino e dentro il sapore di coca-cola senza accorgersi della contraffazione. Pubblico che, per giunta, informato dello scambio, il più delle volte se ne esce, in barba a tutti i Codacons e i Report del globo terracqueo, con un «non m’importa cosa bevo, l’importante è che mi piace».

Ma la musica, si sa, in Italia è come il rugby: sono in pochi a saperci giocare e si contano sulla punta delle dita anche quelli in grado soltanto di seguire la partita in tv. E finchè resterà bandita dai nostri banchi di scuola (fenomeno tutto italiano proprio come Allevi che – tolto il circuito nippoamericano del Blue Note – sbanca soltanto qui, stando alle tournée riportate sul suo sito), non ci sarà da stupirsi se i cittadini in grembiulino di oggi, utenti delle strategie massmediatiche di domani, mancheranno non solo di approccio critico ai «suoni», ma anche di curiosità intellettual-musicale.

Senza togliere che con Mister Mc Donald ai musei, Bruno Vespa all’Opera di Roma e qualche cantattorimprenditore a dirigere il set, Allevi al Senato è in buona compagnia: ormai chiaro il criterio del casting.

© Marilena Laterza 2009

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  1. Articolo bellissimo che va a rissolevare una questione artistica di non marginale importanza sulla quale molte più persone di quante nella realtà lo facciano dovrebbero interrogarsi.
    A mio avviso la falsa classicità di un Allevi è il miglior male contemporaneo a livello di espressione artistica.

    Ma fra una condanna e un’assoluzione, io preferisco ascoltare Šostakovič..

  2. marilena laterza

    Grazie davvero! E viva Mitja… :)

  3. Ottimo articolo! Ti stimo tantissimo!

  4. marilena laterza

    Grazie Gero! se ne avessi scritto oggi sarei stata meno fumantina, ma il senso del discorso (ahinoi) resta…

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