E l’Aldo Moro epistolare finì in opera

su “il manifesto“, 11 maggio 2008

Al teatro dell’Elfo, la pièce lirica «Non guardate al domani» che racconta il rapimento dello statista

Marilena Laterza – Milano

È intorno a un’intima urgenza narrativa che prende forma Non guardate al domani, «opera lirica in quattro blocchi» presentata in prima assoluta dall’ensemble Sentieri Selvaggi nell’ambito della stagione di musica contemporanea Conflitti. A 30 anni da via Fani, il compositore Filippo Del Corno e il giornalista Angelo Miotto si cimentano con una ricostruzione della vicenda politica e umana del rapimento di Aldo Moro, spartiacque brutale tra l’infanzia e l’età adulta per chi, come loro, nel ’78 era un bambino e, oggi, interpreta la figura dello statista quale novello Eracle, anziano e malato, «in lotta contro l’ineluttabilità del destino di morte attraverso l’arma della parola», chiamata a primeggiare sulla scena del Teatro dell’Elfo.

Lungi da tentazioni investigative casalinghe, infatti, il libretto concepito da Miotto assembla una costellazione di stralci da lettere, giornali, comunicati, deposizioni, con l’intento di fornire uno strumento oggettivo di analisi degli eventi, pur mediato da un’implicita fiducia nella lucidità del Moro epistolare. Questa preminenza della narrazione sull’azione è assecondata dalla drammaturgia oratoriale e scarnificata della partitura di Del Corno che, per accedere al testo – com’egli stesso racconta -, scantona la porta del suono e preferisce varcare, piuttosto, la soglia del significato.

Ecco spiegati, dunque, l’attenzione talora ossessiva all’intelligibilità delle parole e l’incalzare di un recitativo sorretto dal continuo postminimalista di chitarra, basso elettrico e batteria, sul quale si innestano gli altri componenti dell’ensemble, sotto la guida accorta di Carlo Boccadoro.

L’ordito compositivo appare volutamente inteso da Del Corno come certamen: manichee si rivelano non soltanto le soluzioni musicali – intrise di un forte individualismo in cui ogni strumento acquista una simbologia funzionale – ma anche le caratterizzazioni dei personaggi, sagome bidimensionali dalla grana spessa, giustapposte a rappresentare l’una «Un giornalista», l’altra «Un politico», l’altra ancora «Un terrorista», e così via. Emotivamente più coinvolgenti gli interventi in prima persona di «Aldo Moro» (un ottimo Roberto Abbondanza), finestre introspettive in sospensione lirica forse meritevoli di ulteriori sviluppi.

A dispetto del rammarico iniziale per la mancata opportunità di rappresentazione in forma scenica – rivelatasi poi sorprendentemente calzante alla sintassi dell’opera – suscita perplessità la scelta di guarnirla per compensazione con inserti videoproiettati, oltre che con un’intervista introduttiva dello stesso Miotto ad Agnese Moro, presente in sala: il teatro musicale non necessita di puntelli; deve stare in piedi da solo. E sarebbe un peccato se i giovani compositori, in assenza di spazi e di fondi adeguati, iniziassero ad avvertire l’esigenza del pleonasmo di un talk showing, perché privati di fiducia nelle potenzialità espressive del proprio mestiere.

→articolo in pdf

Annunci