Illuminismo dark. Il Fidelio di Abbado

su “il manifesto“, 13 aprile 2008

(recensione segnalata in rete dal CAI e riportata nella rassegna stampa di publicopera.info)

Marilena Laterza – Reggio Emilia

È con un’opera controversa come Fidelio – l’unica a firma di Beethoven – che Claudio Abbado sceglie di tornare al teatro musicale nella buca del Valli di Reggio Emilia. Opera controversa perché frutto di reiterati ripensamenti, su cui grava da sempre un pregiudizio diffuso: pur partitura di ottima fattura, non starebbe teatralmente in piedi sul palcoscenico. Ma il direttore milanese, oggi settantacinquenne, corteggia Fidelio da vent’anni, e un allestimento tanto a lungo meditato schiude più di una sorpresa interpretativa.

Al di là della vicenda epidermica di interessi personali e del tributo borghese e un po’ ingenuo all’amore coniugale, Fidelio è icona di un risoluto imperativo kantiano – incarnato dall’ardimentosa Leonore che sottrae alla forca il marito e sconfigge il Don Rodrigo di turno – e di un assolutismo illuminato e universale, celebrato nel finale liberatore. Proprio dalla consapevolezza di questa marcata connotazione ideale prende l’abbrivio la lettura festeggiatissima di Abbado, che smentisce ogni disorganicità e svela, piuttosto, un ordito unitario, benché variato: scevro da sovrastrutture di sorta, fedele a null’altro che al segno scritto, quello che ci viene restituito è, dunque, un Fidelio musicalmente illuminista, dilavato da echi retorici e polverose zavorre ermeneutiche, nel quale ogni oggetto musicale si fregia di un significato individuale, costantemente rischiarato, tuttavia, dal senso di una geografia formale complessiva.

Mai ridondante né artificioso, il suono della Mahler Chamber Orchestra sgorga forbito, con un nitore polifonico ora cameristico e impalpabile, ora sinfonico e fiammeggiante, a sorreggere un’interpretazione drammaturgica a sua volta inedita e, forse, più difficile da metabolizzare.

Chris Kraus, infatti, non è regista a cui piaccia portare in scena bellae fabellae: Abbado lo sa, ed è per questo che lo chiama accanto a sé. Ecco che allora, a dispetto di riduttive tentazioni attualizzanti, l’autore pluripremiato di Quattro minuti asseconda – e, talvolta, ulteriormente stilizza – la simbologia beethoveniana: niente sbarre, a dire l’ambientazione carceriera, ma solo un’enorme ghigliottina sul boccascena; e le oscure masse di prigionieri, dapprima incasellate in cellette col volto coperto come manichini spersonalizzati alla De Chirico, si scoprono, poi, corpi larvali bramanti luce e dignità, tanto affini a una stiva di schiavi africani in tratta quanto ai desaparecidos di una miniera cilena.

Ciò che scompone fili di perle e cravatte sulle poltrone, però – oltre all’inspiegabile caratterizzazione del signorotto cattivo come storpio in carrozzella e stampelle – è il finale, con l’ironica sortita del ministro salvatore che Kraus trasforma in cardinale panciuto e sfavillante, mentre alle spalle un cordone di gendarmi strattona la turba di prigionieri e popolane (cori eccellenti, peraltro, come gran parte del cast) e sullo sfondo rifiorisce una siepe di nuove ghigliottine, che parrebbe suggerire: «Avanti il prossimo».

Il contrasto con il tripudio affratellante di Beethoven-Abbado, a questo punto, si fa stridente ed eversivo; pure, c’è da interrogarsi su di un Fidelio che, diversamente, sarebbe stato anacronistico, e qui costringe, invece, a una domanda di senso: perché una giustizia ad personam forse non è giustizia e, se a destituire il vecchio dittatore giunge un nuovo despota, sotto altre insegne ma pur sempre dispensatore di grazia e di forca, probabilmente non c’è liberta e non c’è democrazia…

Sinergia impegnativa alla volta di nuove Colonne d’Ercole, insomma, quella di Abbado e Chris Kraus, supportata da una coproduzione che, da Reggio Emilia a Madrid passando per Baden-Baden, Modena e Ferrara, non è soltanto comunione di fondi ma, prima ancora, sinfonia di teste, di competenze e di civiltà: un modello europeo di cultura.
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