Ancora Rubinstein e Rimsky-Korsakov: una tavolozza inedita di nuances

dalle note di sala per il secondo concerto della “Primavera musicale 2008” de “I Solisti dauni

di Marilena Laterza

Il genere del sestetto d’archi, benché frequentato in precedenza da Boccherini, Spohr e altri autori, trova la sua piena definizione a metà dell’800 grazie ai due Sestetti a firma di Brahms, una sorta di stella fissa per i compositori che, da Dvořák a Schoenberg, sceglieranno più tardi, in odore di sperimentazione, di cimentarsi con quest’organico, affine alla geometria essenziale del quartetto d’archi ma innovativo nella costituzione più ampia e simmetrica in tre coppie di violini, viole e violoncelli.

I lavori per sestetto d’archi di Anton Rubinstein e Nicolay Rimsky-Korsakov vengono entrambi alla luce nel 1876, all’indomani dei Sestetti brahmsiani. Tuttavia, piuttosto che rielaborarne le intuizioni, sembrano assecondare – nell’alveo dei principi estetici e formali già manifestati nei Quintetti – la curiosità suscitata dall’insolita tavolozza di nuances dell’organico.

Come spesso accade allorché grandi interpreti abbassano il leggio o depongono la bacchetta per impugnare la matita del compositore, il Sestetto in re maggiore di Rubinstein è musica di ottima fattura, molto ben scritta dal punto di vista strumentale, con un impiego pressoché sinfonico degli archi più gravi, ma priva di sorprendenti illuminazioni; musica che spesso indulge ai clichés romantici nei momenti di climax e non rivela una particolare ricerca intellettuale ma che, pure, riesce nell’intento di dilettare l’ascoltatore. Se non siamo in presenza di un Cristoforo Colombo alla ricerca delle Indie, insomma, questo lavoro resta pur sempre un grand tour goethiano presso luoghi già noti e piacevolmente rivisitati.

Quando Rimsky-Korsakov si accinge alla creazione del Sestetto in la maggiore, invece, è un guardiamarina poco più che trentenne da poco insignito dell’incarico di docente al Conservatorio di San Pietroburgo. Allievo di un anticonvenzionalissimo Balakirev, egli ha già all’attivo opere sinfoniche di notevole successo, eppure si ritrova sguarnito sul fronte teorico-tecnico della scrittura musicale, tanto da ricavarne una boutade per le sue memorie: “Una volta nominato docente di conservatorio, ne divenni uno degli allievi migliori”.

E poiché la musica da camera rappresenta un’eccellente palestra per affinare gli arnesi del compositore, il Sestetto si rivela un risultato notevole della severa ricognizione alla quale il professor Rimsky-Korsakov si era umilmente sottoposto nei mesi precedenti. All’amena scioltezza dell’Allegro vivace, circondata di un’aura incantatrice che ricorda l’Ottetto di Mendelssohn, segue il Rondò, un fugato rigoroso e irreprensibile che nella sua sobrietà rischia di apparire talora un po’ anacronistico. Più leggiadro il contrappunto dello Scherzo, danza in punta di sedia con tanto di entrata del soggetto per moto contrario, che prelude a un ispiratissimo Andante, in cui lo struggimento del violoncello sul cullare dei fiati incarna una Stimmung tutta romantica stemperata nel Finale liberatorio.

Se quest’opera, dunque, ribadisce una certa fedeltà ai modelli formali tradizionali, s’intuisce, però, un’irrequietezza strutturale nella propensione di Rimsky per la ripetizione variata di brevi temi su un sostrato sonoro cangiante, in sintonia con la modernità brahmsiana della “variazione nello sviluppo”, tanto cara allo Schoenberg di qualche decennio più avanti.

© Marilena Laterza
foto © LdHD

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