Milhaud, Françaix, Ibert, Poulenc: a passo di danza sulle rive della Senna

dalle note di sala per l’ultimo concerto della “Primavera musicale 2008″ de “I Solisti dauni

di Marilena Laterza

“Non appartengo alla cerchia degli innovatori […] ma penso ci sia spazio per una nuova musica che non teme di utilizzare accordi già impiegati da altri”: è di una lettera del 1942 questa professione di fede di Francis Poulenc, che parrebbe modellata da un sarto sulle spalle dei protagonisti di quest’ultimo concerto.

Oltre a condividere i natali francesi e la collocazione biografica nella prima metà del ‘900, infatti, Darius Milhaud, Jean Françaix, Jacques Ibert e Poulenc stesso sono parte di un milieu musicale, e più largamente culturale, che si pone in controtendenza rispetto alla Weltanschauung speculativa e strutturalista delle avanguardie germanofone. Sulle rive della Senna, tra uno Stravinsky e un Pierre Boulez, c’è spazio dunque per una musica che continua ad alimentarsi alla linfa della tradizione tonale, scevra – per lo più – da ricerche estetiche e linguistiche, e tutta orientata verso il piacere dell’ascolto.

Non a caso Milhaud – che dei quattro è forse l’esponente più sperimentale e curioso – descrive la musica moderna come dicotomia tra atonalità, nel solco della tradizione cromatica germanica, e politonalità, derivazione del diatonismo latino; diatonismo che alberga a pieno titolo ne La cheminée du roi René (1939), suite per quintetto di fiati, concepita in origine per un film, con l’intento d’illustrare la passeggiata del sovrano quattrocentesco nell’assolata campagna provenzale. L’avvicendarsi di figure di danza incantate in sospensione modale – a descrivere ora il topos della caccia, ora l’incedere regale della corte – non è estraneo a certi bassorilievi sonori del neoclassicismo stravinskyano, di cui Milhaud subisce il fascino apollineo, monocromatico e distaccato, radicalmente sovvertito dal sestetto successivo di Françaux.

Nonostante le rinnovate movenze di danza, infatti, L’Heure du Berger è partitura che spalanca atmosfere conviviali a La déjeuner des canotiers. Composta nel 1972 come musica d’ameublement per il ristorante parigino eponimo, si compiace di motivi vezzosi, in un contesto risolutamente tonale ma non privo d’ironia, se le languide civetterie sfiorite del primo movimento o gli ammiccamenti allusivi del clarinetto di “Pin-up Girls” irridono i costumi borghesi con lo sguardo di un Buňuel.

Ulteriormente spensierato e cinematografico il divertissement anni ’30 dei Trois pièces brèves, nei quali Ibert si abbandona a ritmi di valzer e foxtrot, inframmezzati da un fugace omaggio bachiano nel bicinium pudico di flauto e clarinetto, per arrivare, quindi, alle ambientazioni surrealiste del più corposo e coevo Sestetto conclusivo. Le linee strumentali vaporose e i serafici rimandi strumentali, col pianoforte che conferisce profondità prospettica all’organico dei fiati, celebrano il profluvio melodico di Poulenc, artefice di una musica in cui non ci sono marosi o venti avversi da fronteggiare, per proseguire: al mare aperto si preferiscono, qui, piroette e dondolii nella quiete del porto, nell’alveo di un’estetica a lungo tacciata di reazionarismo.

Tuttavia, la concezione di un'”arte per l’arte” – intesa come scanzonato ma, pure, aperta a una dimensione emotiva ed espressiva della musica – è anch’essa una scelta, se non condivisibile a cuor leggero, quantomeno legittima e, soprattutto, storicamente necessaria: perché, superati i radicalismi manichei, proprio nella conciliazione tra rigore costruttivo e attenzione alla percezione dell’evento sonoro sarebbe stata indicata una via per la musica dei giorni a venire.

© Marilena Laterza / I Solisti Dauni

foto © Pat McDonald

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