Reger e Schoenberg: tradizione come stile, tradizione come pensiero

dalle note di sala per il terzo concerto della “Primavera musicale 2008” de “I Solisti dauni

di Marilena Laterza

L’occasione di affiancare il Sestetto op.118 di Max Reger (1910) e Verklärte Nacht di Arnold Schoenberg (1898 ) consente un raffronto tra due opere concepite per lo stesso organico a pochi anni di distanza l’una dall’altra, dalla mano di compositori coetanei, nella stessa temperie mitteleuropea e, per giunta, prendendo l’abbrivio da tre punti cardinali comuni: contrappunto, Brahms, Wagner. Eppure, a dispetto di queste analogie, i due Sestetti presentano differenze sostanziali.

Se, infatti, in un brano musicale non è tanto il materiale utilizzato a determinarne l’essenza quanto, piuttosto, il modo con cui quel materiale viene assemblato – così come l’humus storico sociale e culturale nel quale un compositore opera è importante, ma lo è ancor più la maniera in cui egli feconda quell’humus e lo trascende attraverso la creazione artistica – ebbene, l’atteggiamento di Reger, in questo senso, rivela una sorta di cautela intellettuale che, talvolta, sconfina in sudditanza psicologica verso i modelli di riferimento: la tradizione, riproposta in quanto stile, assume in lui un valore atemporale.

Un esempio significativo del tentativo monumentale di conciliare il fugato alla Bach col cromatismo wagneriano (tentativo che, peraltro, mostrerà i suoi limiti e sarà rinnegato da Reger con una tarda infatuazione per il Rococò settecentesco) è costituito proprio dal Sestetto per archi op.118. Accanto alla convivialità dell’incipit belle époque, che sprigiona una sonorità quasi orchestrale, si avvicendano, nel Vivace e nell’Allegro comodo, polifonie gremite e perorazioni omoritmiche dal sapore decadente; nel mezzo, il lirismo del Largo, con un paesaggio sonoro – dapprima contemplativo e drammatico poi – che, pur memore dell’ultimo Beethoven, riesce a schivare la ridondanza di stilemi classico-romantici e accademismi contrappuntistici presente nelle altre pagine dell’opera.

Di altra natura l’approccio schoenberghiano. Canovaccio per la composizione di Verklärte Nacht è un poemetto antiborghese di Richard Dehmel, d’impronta simbolista ma già in odore di espressionismo. La trasfigurazione notturna di una confessione tormentata (una donna rivela al suo amante di aver concepito un figlio con un uomo che non ama) in abbraccio di com-passione (“il figlio che hai concepito lo partorirai da me […] hai trasformato me stesso in un bimbo”), piuttosto che descritta, appare evocata dal sestetto: gli archi assumono l’inflessione di un parlato dolente e si arrovellano nella reminiscenza incessante dei temi, in un crescente ribollire drammaturgico che erompe nella palingenesi sonora centrale, finché lo sdilinquimento s’inerpica in turbinio appassionato per giungere all’estasi conclusiva.

Questa propensione alla coincidentia oppositorum tra musica a programma e musica assoluta, insieme all’inevitabile connubio, in uno Schoenberg venticinquenne, di giochi formali e sonori ora brahmsiani ora wagneriani, non rappresenta, tuttavia, un esercizio tautologico, bensì il passaggio obbligato di sintesi che, più tardi, consentirà l’Aufhebung hegeliano. Il padre della dodecafonia, infatti, benché legato ai medesimi referenti musicali di Reger, maturerà con il passato un rapporto dialettico: non nella forma del ritorno o della combinazione di residui sarà recuperata in lui la tradizione, bensì in quanto pensiero.

Contestatissimo alla prima per certe arditezze armoniche, timbriche e melodiche, lo Schoenberg di Verklärte Nacht è dunque già un uomo in ricerca, impervia ma appagante; e come Freud, Einstein, Joyce, egli appare, profondamente, un uomo del suo tempo, che parte da premesse non più assolute e non più eterne per superarle: ultimo dei romantici, coglierà a suo modo «l’anello che non tiene, il filo da disbrogliare» – per dirla con Montale – e traccerà una delle rotte possibili per la musica del ‘900.

© Marilena Laterza / I Solisti Dauni

Advertisements