La “musica lontana” di Toshio Hosokawa

su “il manifesto“, 21 dicembre 2007

Marilena Laterza – Bari

È intorno al tema de La musica lontana che si snoda quest’anno il festival di musica contemporanea «Urticanti», giunto alla terza edizione con un programma eterogeneo costruito, con buon intuito ma qualche sfocatura, sulla figura di Toshio Hosokawa, compositore giapponese poco più che cinquantenne impegnato in una attività fiorente e prestigiosa tra l’Europa e il Sol Levante, sulla scia di due maestri quali Yun e Takemitsu.

E a dispetto dell’aura “reservata” di cui le musiche del festival parrebbero davvero circondarsi – se per raggiungere la saletta che accoglie i concerti principali occorre avventurarsi lungo atri e ascensori della Biblioteca Nazionale fresca d’intonaco – il ritratto monografico dedicato a Hosokawa dischiude un paesaggio sonoro incantatore che, accanto all’uditorio di veterani, avrebbe meritato certamente un pubblico più esteso – per traslare Enzensberger – di “non ascoltatori”.

I brani inanellati nel programma tutto cameristico ripercorrono, infatti, il progressivo affrancarsi del compositore (docente ai Ferienkurse di Darmstadt dal 1980, per intenderci) da certi “intellettualismi” di matrice occidentale, con affioramenti sempre più consapevoli di una sobrietà nipponica di pensiero e d’immagini che non teme l’eufonia e si propone d’indagare la trasmigrazione crepuscolare del silenzio in suono.

Su una scenografia involontaria di riverberi sul soffitto prendono vita, così, le nebulose inquiete della fisarmonica di In die Tiefe der Zeit, squarciate dal lirismo del violoncello che ora s’intensifica in strazio, ora si sgretola in gettati d’arco fino a smarrirsi nei regni insondabili del registro più grave, ai quali seguono, in Reminiscence, ampie volute di suono della marimba, rigenerate in un crescendo d’incresparsi. C’è spazio, poi, per pezzi meno recenti che ancora ammiccano a un virtuosismo autoreferenziale e un po’ gravoso degli archi e del flauto, a sua volta impegnato, in veste ben più faunesca, nel conclusivo Lied, partitura in prima italiana contraddistinta da una personalissima calligrafia di allusioni melodiche, che manifestano l’intimità ormai matura di Hosokawa con la materia sonora.

Ottimi gli interpreti prestati alla serata, tra i quali riluce il duo CaroliCostanzo, benché si noti, nel respiro complessivo del festival, la non rinnovata collaborazione della Fondazione Petruzzelli: una lacuna imperdonabile causata – gli organizzatori assicurano – da inconciliabilità di date. Nell’alveare frenetico di una Bari dai cantieri aperti, tuttavia, che si prepara non solo alla riapertura del suo teatro principale, ma anche al ripristino imminente di altri spazi, è bene che si impari per tempo, pur conservando le proprie identità, a lavorare in sinergia, affinché la tanto agognata primavera culturale pugliese possa al meglio rifiorire.

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