Teneke, monta la rivolta popolare sulla sinfonia dei tamburi di latta

su “il manifesto“, 30 settembre 2007 (recensione segnalata in rete da “SIPARIO“)

La nuova opera del maestro bolognese diretta da Ermanno Olmi. Storia in musica di un conflitto sociale nella provincia turca degli anni ’50

Marilena Laterza – Milano

Suolo a terrazze corrugate di argilla e fango, con una superficie frastagliata dalla cui fissità, grazie a giochi di specchi e proiezioni nascoste, erompono moti d’acqua che riflettono il cielo: è questa la scenografia materica che, per mano di Arnaldo Pomodoro, si dispiega sul palcoscenico del Teatro alla Scala ad accogliere Teneke, nuova opera di Fabio Vacchi su soggetto di Yashar Kemal, aedo possente delle terre d’Anatolia più volte in odore di Nobel.

Scenografia di elementi primigeni, dunque, come primigenia è la storia di conflitto e di incontro messa in musica dal compositore bolognese: anni ’50, nella provincia turca di Adana si perpetua il sopruso dei proprietari terrieri sui contadini, assediati dalla melma e dalla malaria per via dell’irrigazione sconsiderata e illegale delle risaie; ma quando il nuovo sottoprefetto Irmaklï, giovane idealista incontaminato, intuisce le conseguenze catastrofiche delle autorizzazioni da lui ingenuamente concesse ai latifondisti, preso da indignazione per il raggiro ordito alle sue spalle e le ingiuste accuse di corruzione, ritira ogni firma e si lancia a fianco della folla di contadini in una strenua resistenza che, se non riuscirà ad evitare la sua rimozione dall’incarico e l’inondazione di un intero villaggio, pure impedirà la semina del riso, così da scombinare, almeno per un anno, la consuetudine criminosa dei proprietari terrieri.

Rachel Harnisch e Steve Davislim in TenekeA sorreggere la problematica impronta sociale di quest’epos collettivo nel quale, tuttavia, non mancano individualità determinanti – dalla tenace Zeyno, «madre» del villaggio, all’occidentale Nermin, eterea dulcinea epistolare che sta in fondo a ogni slancio di Irmaklï – Teneke si avvale di una partitura monumentale e complessa, approdo delle conquiste più significative del Vacchi sinfonico, cameristico e vocale, che qui asseconda il suo spiccato senso drammaturgico e sulla salda coesione di fondo sceglie di elaborare un intarsio sonoro ed espressivo policromo. Le grandi volte affrescate delle scene d’insieme, con doppi cori, contrappunti incalzanti dal sapore etnico e concertati di rossiniana memoria, si scoprono, infatti, affiancate da acquerelli impalpabili di monodie in filigrana, in cui la solennità festosa o inquietante lascia spazio a una sottile sehnsucht, sulla scorta di un rigoroso artigianato compositivo.

In simbiosi con questa plasticità emotiva e sinestetica appare la cura registica di Ermanno Olmi – il quale, insieme a un cast eccellente, qui approfondisce il sodalizio già sperimentato con Vacchi ne Il mestiere delle armi e Centochiodi – nonchè la direzione di Roberto Abbado, alla testa di un’orchestra vibrante e partecipe cui è affidata, peraltro, la conclusione dell’opera.

Conclusione accolta con entusiasmo calorosissimo e, forse, solo in apparenza pessimista, perché il fragore magmatico dei tamburi di latta (in turco, appunto, «teneke») percossi dai latifondisti per congedare beffardamente Irmaklï non è resa e non è sfiducia: «germoglierà il tuo seme», gli promette Zeyno; e allora quel suono immane e percussivo che inonda la sala con la stessa potenza irrefrenabile con cui l’acqua aveva travolto il villaggio sembra incarnare l’onta per le ingiustizie di sempre e rivendicare a gran voce i diritti di tutti gli oppressi, siano essi contadini d’Anatolia, lavoratori di un call center o tessitori-bambini di tappeti in Nepal.

in rete anche su “SIPARIO”

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