MiTo, una rassegna in cerca di ritmi coreani

da “il manifesto”, 18 settembre 2007

Marilena Laterza – Milano

Appare come una pantagruelica pasticceria di leccornie per mélomanes la prima edizione di MiTo, festival internazionale in corso a Torino e Milano, che raccoglie l’eredità trentennale del Settembre Musica piemontese per estenderla alle sale da concerto meneghine, con l’intento di favorire l’istituzione dell’asse tanto auspicato tra i due capoluoghi attraverso un connubio culturale.

Nella costellazione di appuntamenti in cartellone – che spaziano dalla musica sinfonica a quella cameristica, passando per il jazz e la canzone d’autore – il pericolo di snaturare la connotazione del festival originario, da sempre proteso a un’apertura non commerciale verso le musiche nuove e «altre», viene schivato grazie a un superstite focus tematico, in questa edizione incentrato sulle musiche coreane tradizionali e contemporanee.

Accanto ai concerti monografici e alla presentazione di alcune pubblicazioni edite da Ricordi in collaborazione con MiTo, è così possibile ascoltare l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai impegnata in un raro duplice ritratto di Isang Yun, massimo compositore coreano del secolo scorso, e Unsuk Chin, sua giovane collega connazionale a torto sconosciuta in Italia, accomunati da un percorso biografico affine (studi in patria e perfezionamento all’estero, con successivo insediamento in Germania), ma non da altrettanta affinità di scelte compositive.

Se, infatti, l’intero corpus dell’opera di Yun rivendica una profonda eredità estetica e culturale di matrice orientale in fuga da certa ortodossia darmstadtiana – come testimoniano i brani qui proposti ed in particolare Namo, del 1971, sorta di cerimoniale buddhista in musica, con ruolo determinante delle percussioni e di tre soprani – la produzione artistica in fieri di Unsuk Chin persegue, invece, un’emancipazione da influssi extraeuropei; il suo Concerto per violino e orchestra, insignito nel 2004 del prestigioso Grawemeyer Award e qui affidato, in prima italiana, a un lucidissimo mercurio dell’archetto quale Francesco D’Orazio, dispiega, infatti, un paesaggio formale e sonoro che assimila la lezione di Ligeti – di cui Chin è stata allieva sui banchi delle avanguardie abbracciate con spirito critico – e non teme eloquenza espressiva, episodi evocativi, finanche allusioni berghiane, a fronte di una tecnica solida, animata da uno zelo talora trafelato nell’impervia scrittura della parte solistica.

E questa compresenza di consapevolezza della tradizione e tensione verso il nuovo rivela, forse, un inconscio fil rouge che pure riconduce la compositrice coreana a un ideale Isang Yun e, per suo autorevole tramite, alle radici ambivalenti del pensiero taoista, incessante ricerca di senso nella cooperazione tra gli opposti.

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l’OSN con musiche di Yun e Chin al Conservatorio di Milano

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