Se la finestra sul mondo esterno è la televisione

su “il manifesto”, 15 luglio 2007

Alla Settimana Musicale Senese l’opera di Fabio Vacchi «La madre del mostro». Un ritratto impietoso tra cronaca e vita quotidiana

Marilena Laterza – Siena

È con una scelta ardita ma premiata che si conferma, nell’ambito della 64ª Settimana Musicale Senese, l’attenzione della Chigiana per la musica d’oggi. Quest’anno il Teatro dei Rozzi ospita, infatti, un lavoro in prima assoluta di Fabio Vacchi, concepito in felice sinergia con un librettista insolito quale Michele Serra.

Scelta ardita perché La madre del mostro – questo il nome dell’opera – ritrae, tra raccapriccio e ironia, la vicenda di una coppia medio-borghese: Maria e Gianluigi (due lucidissimi Gabriella Sborgi e Danilo Formaggia), anchilosati sul divano di un salotto minimal davanti alla tv (grande cornice vuota che s’affaccia dal proscenio), si scontrano col vitalismo del figlio Niccolò, ragazzone transgenico allevato a colpi di vitamine e telefilm, il quale sfoga la sua insofferenza nei confronti del torpore circostante militando nelle fila di un manipolo di ultras.

Tra un inneggiare alla «pugna» e un apostrofare gli astanti in grottesco gergo da ventennio, il giovane «mostro» abbandona il focolare, bardato con accessori da tifoso, per aggregarsi a un corteo indemoniato di cui i genitori seguono le gesta rigorosamente in diretta, animati l’uno da brandelli di coscienza critica, che tuttavia si dissolvono in un’ammissione deresponsabilizzata d’impotenza, l’altra da accessi di istinto materno che conservano, quantomeno, una forma superstite di umanità. E infatti, in mezzo all’anestesia emotiva dell’Antennista (sorta di servus callidus plautino che, però, a nessuno «serve»), e alla frenesia espressionista del coro, i cui interventi pre-registrati prestano voce alle immagini del fantomatico televisore, è proprio la madre, novella Tiresia, a scorgere, oltre la sua miopia da beauty farm, la morte del figlio sullo schermo.

Questo tour de force drammaturgico, che si conclude con la ricerca di conforto da parte di Maria e Gianluigi nell’«accendere tutti i canali», atrofizzati a tal punto da rifugiarsi nella palude dell’orrore televisivo – «Non lasciateci soli! Siamo mostri anche noi!» – risulta sorretto con sapiente coerenza dalla trama sonora elaborata da Vacchi alla luce del patrimonio stilistico, estetico e più largamente culturale che lo contraddistingue. Figlio delle avanguardie del secondo ‘900, ma persuaso della necessità di metabolizzare l’eredità della tradizione, oltre che l’incontro con le musiche popolari, Vacchi affresca una partitura plastica, interpretata dalla bacchetta di una finissima Claire Gibault alla guida dell’Ort; partitura nella quale, sull’avvicendarsi di episodi contrappuntistici impetuosi, sospensioni straniate, climax inquietanti e lirismi allucinati, delineati ora dall’impasto etereo o brunito di legni e archi, ora dagli accenti bellicosi di pianoforte, ottoni e percussioni, che si stemperano talvolta nel canto di strumenti solisti, risaltano tornite le vocalità dei quattro personaggi, colori primari di cui viene campito ogni contrasto e sfumatura di fianco alla gamma di nuances secondarie del coro, in una tensione emozionale enfatizzata da scene essenziali e regia molto opportuna di Denis Krief.

Pubblico in punta di sedia per tutta l’opera ed entusiasmo calorosissimo alla fine, dunque, benché si avverta, a sipario abbassato, una sottile nostalgia della fiducia illuministica che è solita connotare i lavori di Vacchi e che qui lascia il posto, invece, a un ritratto impietoso in cui non c’è spazio per i «salvati», ma soltanto per i «sommersi». Tuttavia, forse proprio nell’assenza di manicheismo demagogico si realizza un umanesimo più profondo: non nelle figure sulla scena è la fiducia, ma nello spettatore che, privato di catarsi aristotelica, si sorprende, una volta in strada, a confrontarsi con la «normalità» mostruosa dei personaggi. Ed eventualmente con la propria.

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