Alessandro Piva: al lavoro con Rota, un “moderno naïf”

conversazione informale con Alessandro Piva (marzo 2007) in occasione dell’allestimento barese de “Il cappello di paglia di Firenze” di Nino Rota, recensito per “il manifesto”

di Marilena Laterza

Incontro Alessandro Piva a Bari, perfettamente a suo agio nell’alveare divertito e frenetico in cui si è trasformato il teatro Piccinni a tre giorni dalla generale de “Il cappello di paglia di Firenze” di Nino Rota. E mentre i tecnici di scena spostano assi sul palco e un oboista ripete un passaggio insidioso, il regista de “LaCapaGira” (David di Donatello e Nastro d’argento nel 2000) racconta il suo atteso debutto alla regia d’opera per la Fondazione Petruzzelli…

… Poche cose sono così tristi come le prime dei film: c’è tanto lavoro prima, ma poi manca l’elemento dello spettacolo dal vivo. Qui, invece, sembra impossibile che tra pochi giorni ci sarà la prima; non abbiamo ancora oggetti di scena che mi hanno chiesto di ideare quattro mesi fa! Eppure tutti sanno che ce la faremo. Questa eccitazione, quest’adrenalina che scorre nel teatro, tra i corpi, mi piace; mi piace la possibilità di esplorare territori a me prima ignoti. D’altronde, nel mio mestiere bisogna essere disposti a fingere di “saper fare”. Per quanto mi riguarda, sono le finzioni perpetrate nel modo migliore che mi hanno permesso di andare avanti: i miei primi video, il mio primo backstage, e poi il mio primo film. Penso che un buon regista sia come Cristoforo Colombo: deve dimostrare di sapere dove sta andando anche se poi, magari, giunge da tutt’altra parte.

Qual è il tuo rapporto con la musica “colta”?
Chuck Palahniuk scrive, in maniera illuminante, che il mondo è già incasinato di suo e non è con una sonata di Chopin che lo migliori. A parte questa boutade, che mi diverte molto, in effetti resto spesso in silenzio quando sono da solo. Tuttavia, insieme all’elettronica e alla minimal techno, la musica “colta” mi affascina da sempre: mi capita di ascoltare Monteverdi e Sciarrino, Purcell ed Arvo Pärt. Tra i compositori contemporanei, in particolare, intercetto l’intenzione non scontata di misurarsi, per l’appunto, col silenzio.

Cosa c’è di Piva in questo allestimento?
Direi che Rota mi ha prestato il destro: già nel vaudeville originale di Labiche e Michel – che reperire è stato difficilissimo – erano state pensate alcune caratterizzazioni “eterne”: il suocero che al matrimonio ha le scarpe strette ci appartiene, come pure il vecchietto sordo che confonde fischio per fiasco. E allora, non potevo far altro che divertirmi raccontandoli e provando a renderli moderni nel loro essere stereotipi. È nata, quindi, l’idea di giocare sul rapporto tra Bari e Parigi, in maniera sfumata, e di compiere un preciso studio scenografico. Forse questo potrà rinsaldare il rapporto con lo spettatore, anche giovane, che magari verrà a vedere l’opera attirato dalla mia regia, o incoraggiato dalla musica di Rota.

Alessandro Piva

In cosa cogli la modernità del “Cappello di paglia”, cui fai riferimento negli “Appunti di regia”?
Nella continua citazione: Rota, come altri della sua generazione – penso a Stravinsky – non si nega; esplora le culture e le forme musicali che lo hanno preceduto, il cui influsso ha forse ricevuto da bambino, prende atto di ciò che lo circonda, e poi sottopone tutto questo alla sua manipolazione, senza porsi la sfida continua di dover esplorare necessariamente nuovi territori. In questa sua apparente naïveté, intravedo grande consapevolezza e maturità, sostenute dalla serenità del saper affrontare eventuali stroncature o approssimazioni della critica, che lo considerava un genio sprecato. Rota era reputato un conservatore, uno che guardava dietro e non avanti, uno troppo “facile”. A me sembra invece fosse un grande precursore, perché non è detto che ciò che è comprensibile sia facile.

Come hai conciliato lo sguardo sociografico peculiare dei tuoi lavori con il tono trasognato di quest’opera, che mi pare proponga invece una concezione di arte come lusus?
Ho lavorato costantemente sull’intenzione del gesto scenico. L’opera è codificata per esplorazione dello spazio, anche per ragioni acustiche, e non bisogna annoiare lo spettatore che, in qualche modo, gioca una partita di tennis col palcoscenico, seguendo i personaggi e il loro rincorrersi. Ho cercato, allora, di fare in modo che nel mio impianto scenografico il movimento dei cantanti fosse giustificato da una motivazione psicologica. Adesso, per esempio, durante l’intervallo tra un atto e l’altro, intervengo sul lato attorialedei cantanti. Vado a far notare che il loro personaggio, in un determinato momento, non aveva una motivazione per compiere un gesto, oppure segnalo gli episodi in cui si è creato un black-out tra due azioni. Il mio compito consiste nel disseminare il percorso degli interpreti di punti e di pensieri. Solo in questo modo posso aspirare al mio massimo obiettivo: renderli attori fino in fondo, dall’ingresso all’uscita di scena, anche se guardano il direttore d’orchestra mentre cantano.

© Marilena Laterza

“Gli scanzonati intrighi di Rota”

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