Il “dissenso suonato” di Sentieri selvaggi

da “il manifesto”, 9 giugno 2007

L’ensemble Sentieri selvaggi mette in musica «la carta dei diritti»

Marilena Laterza – Milano

Dopo gli appuntamenti dedicati al diritto di lavoro, governo e cittadinanza (con musiche, tra gli altri, di Andriessen, Vacchi, Rzewski e Nyman), è con un concerto sul «Diritto di dissenso» che si conclude la prima parte della stagione 2007 di Sentieri selvaggi, intessuta – secondo una tradizione ormai collaudata dall’ensemble milanese – intorno a un chiaro fil rouge tematico lanciato con insolito eclettismo attraverso le forme musicali della contemporaneità.

Lungi da anguste ghettizzazioni estetiche o stilistiche, dunque, sui leggii del Teatro dell’Elfo di Milano si avvicendano partiture accomunate dal dissenso, piuttosto che dalla dissonanza. E diventa allora possibile ascoltare, accanto a Hume!, lavoro funkeggiante di Paolo Coggiola che si appella idealmente al filosofo britannico per rivendicare la libertà d’espressione, il dissenso «cantato» di Vladimir Vytsoskij, aedo collettivo della Russia brezneviana, alla cui mordacità tanto osteggiata presta la voce, qui, nientemeno che un teatralissimo Eugenio Finardi, perfettamente a suo agio con la strumentazione divertita di Filippo Del Corno.

C’è spazio, poi, per il dissenso «musicato» del giovane Fabian Svensson che, nel brano ancora decisamente immaturo, commissionatogli per l’occasione da Sentieri selvaggi, sceglie di contrapporre gli strumenti dell’organico (flauto, clarinetto, vibrafono, pianoforte, violino e violoncello) in una disputa serrata e, a tratti, lancinante, pur fronteggiata meritoriamente dai musicisti dell’ensemble. Ma è senza dubbio Macchine inutili, partitura in prima assoluta di Francesco Antonioni, ad offrire la lettura più efficace del «pensiero dissenziente».

Il trentacinquenne compositore romano, infatti, traendo ispirazione dalle omonime installazioni di Bruno Munari, «disegna» con perizia il dissenso nei confronti della funzionalità ostinata e dell’ossessione produttiva. Sul dedalo post-minimalista di ritmi imprevedibili, che sviluppano in incessante metamorfosi un motivo originario così da riprodurre polemicamente la coazione frenetica della macchina, volteggiano, tuttavia, lunghi archi melodici impassibili, con l’intento – come lo stesso autore racconta – di tributare a una bellezza volutamente eterea e distaccata il primato sottratto all’efficienza.

Un dissenso costruttivo, insomma, quello tracciato da Antonioni, in linea con il breve ma sagace intervento di Giulio Giorello che, rievocando il vecchio «Words instead of swords», della serata chiude il cerchio.

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Francesco Antonioni: l’estetica del quotidiano

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