Erri De Luca e Gianmaria Testa: due che si appassionano ancora di eroi

per altremusiche.it, giugno 2007
(segnalata sul sito di Erri De Luca)

di Marilena Laterza

Incontro Erri De Luca e Gianmaria Testa a Bari, in una chiesa di periferia, durante il soundcheck di “Da questa parte del mare”, spettacolo a quattro mani presentato nell’ambito del festival “Voci dell’anima”. E se Testa mi accoglie nei corridoi della sacrestia, per l’occasione improvvisati a camerino, sorseggiando qualcosa di caldo per tenersi buona la voce, Erri De Luca, invece, con un berretto di lana scura calcato sulla fronte, mi parla fuori, quasi per strada, mentre lo sguardo gl’insegue nel buio i fantasmi dei palazzoni di Punta Perotti, abbattuti di recente proprio qui davanti.

Come nasce il vostro sodalizio?
Erri De Luca – È un’amicizia iniziata “annusandoci”. Quando abbiamo deciso di fare la lunga ballata di “Chisciotte e gli invincibili”, il nostro contratto non scritto era questo: noi siamo adesso amici e dobbiamo, nel corso d’opera, diventare più amici di prima; se il fatturato di quest’amicizia comincia a cedere, smettiamo subito. E finora siamo andati avanti così, intensificando la nostra intesa, stando volentieri insieme prima, durante e dopo questi appuntamenti pubblici di piazza. Le amicizie, come gli amori, si fondano in tempo, in gioventù: è difficile diventare amici tardi, ma noi ci siamo riusciti.

Gianmaria Testa – Ero un lettore ammirato di Erri. Avevo letto in italiano “Tu, mio” e, in francese, “Tre cavalli”. Poi una volta ho invitato Marco Paolini e Mario Brunello a Vicenza, al Teatro Olimpico, dove andavo a suonare ogni anno per una comunità che si occupa di malati terminali di AIDS. Abbiamo scoperto che un punto di contatto, tra gli altri, era Erri De Luca, e le sue poesie sono diventate la traccia del nostro lavoro, che è andato bene tanto da spingerci a coinvolgerlo direttamente. Così è nato “Attraverso”, ed è nata un’amicizia: noi facciamo le cose insieme per amicizia, amicizia che cresce e che, soprattutto, è solida; non c’è bisogno neanche di vedersi così tanto. Poi abbiamo lavorato o, meglio, lui ha lavorato a “Chisciotte” e, tra gli invincibili, ha messo anche i migranti. Erri dice che “quelli che vanno a piedi per il mondo e così spostano il mondo non possono essere fermati”. Questo è un tema che mi interessava da tempo: avevo del materiale e volevo farne un disco monografico fuori tempo massimo. Allora Erri mi ha dato “Solo andata” e quel libro, in qualche modo, mi ha persuaso del fatto che di certe cose se ne può anche parlare in modo emotivo, poetico.

Qual è stata la genesi di “Da questa parte del mare”?
GT
– In questi quindici anni ho pensato tante volte di non farcela, e che fosse presuntuoso intraprendere un’impresa del genere. Avevo in mente dischi come “La buona novella”, “Storia di un impiegato”, concept album creati da un genio della canzone come De Andrè. Poi, però, ho avuto chiaro che potevo provarci, a una condizione: che evitassi ogni forma di demagogia e lavorassi con uno sguardo occidentale, anche nella parte musicale, perché io vedo chi viene qui da questa parte del mare, ma non so qual è la sua tragedia vera e non posso parlare in sua vece. Ho chiamato Greg Cohen (per la direzione artistica, N.d.R.) che è il più occidentale degli uomini – un americano di New York – perché non volevo fraintendimenti; se avessi usato un oud, un liuto arabo, un bouzouki, sarebbe stato un millantato credito. Io non so farla la musica mediterranea, sono nato in mezzo alle Alpi, e per questo ho attinto a due sorgenti: la musica popolare delle mie parti e la canzone americana.

È possibile, oggi, pensare una forma di arte “impegnata”?
EDL
– Sono stato militante politico della sinistra rivoluzionaria di questo Paese negli anni ’70: quello era “impegno” totale che coinvolgeva le vite. Scrivere una canzone e cantarla, scrivere una storia e portarla in giro, non rientra sotto la specie dell'”impegno”. Se uno ha bisogno di lanciare dei messaggi, è meglio che faccia dei comizi. Solo una faccenda può rientrare in quest’ambito: a noi interessano quelli che stanno in fondo alla classifica, quelli che stanno sempre sul punto di retrocedere ancora; sono le persone con cui stiamo volentieri e da cui impariamo qualcosa e per questo riportiamo le loro storie. Oggi ci troviamo ad assistere al più grande movimento di esseri umani sulla faccia della terra e questo movimento di miriadi di esseri umani si sposta per cercare di raggiungere il nostro continente. Siamo contemporanei di una gigantesca avventura epica, un’epopea colossale. Gli eroi di questo tempo, insomma, sono loro, e io e Gianmaria siamo di quel vecchio stampo che si appassiona ancora di eroi.
GT – Non so scrivere a comando, non scrivo mai per il Bello. Scrivo perché c’è un’emozione che mi spinge a farlo e perchè non tutto si può dire a parole: ognuno di noi elabora un modo suo per esprimere l’indicibile: ci sono quelli che piangono, quelli che ridono, quelli che fanno fotografie. Io so soltanto scrivere canzoni. E non è una passione, è un’urgenza. Diventa collaterale il fatto – anche se ne sono molto contento – di poter mettere poi su un disco le mie canzoni; il mio lavoro è compiuto nel momento in cui la canzone esce da me.
Di questi tempi si tende a creare personaggi che siano vendibili. Ecco, questo non mi riguarda, non m’interessa; anche se con i concerti non si cambia un bel niente, per me è rilevante che uno dica da che parte sta, senza aspettarsi che ci sia un consenso. Penso che le mie canzoni siano canzoni di successo quando rappresentano l’emozione che le ha generate; se poi piacciono a due o a milioni diventa un fatto accessorio benché, ovviamente, preferisca l’applauso allo sputo.

A proposito del tema dell’emigrazione, per esempio, provo spesso fastidio e senso di colpa insieme. Hai presente quelli che stanno inginocchiati col piattino davanti? Cosa pensare, cosa fare? So benissimo che sono mangiati da un’organizzazione che li obbliga a star lì. Però, di fatto, lì c’è un uomo contro un uomo, un uomo con un cappotto e l’altro che sta inginocchiato, magari giovane, potrebbe lavorare, potrebbe provare a salvarsi, e invece porta scritto: “ho fame, per favore aiutatemi” con gli occhi bassi. Io di fronte a questo non so cosa dire, e siccome non so cosa dire scrivo una canzone. Credo che una delle più gravi malattie di quest’epoca sia l’indifferenza: qualunque cosa venga macinata dalla televisione, qualsiasi tragedia reiterata, smette di essere una tragedia. Ogni dieci giorni c’è una barca che affonda, c’è gente che muore ma, proprio perché è una storia che si ripete, non interessa più. E allora, forse, un piccolo servizio che un libro come “Solo andata” di Erri o, eventualmente, questo mio lavoro, può rendere è sottrarci, per un attimo, a questo schermo d’indifferenza.

Dal cammino di Abramo al nòstos di Ulisse, il viaggio come “ricerca” o “ritorno” è un tòpos letterario e culturale. Il viaggio dei migranti, invece, assume una connotazione diversa…
EDL
– Il viaggio è quello di Abramo, preso per la collottola e spedito al chissà dove, via da casa sua, via dalla sua gente, lontano dal suo posto. Questi viaggi di adesso sono, invece, un’espulsione, un partire senza biglietto di ritorno, con poca conoscenza della geografia: queste persone non sanno dove, ma soltanto da dove se ne vanno; si dirigono verso un approssimativo nord, nel quale sperano di sbarcare. I nostri emigranti, almeno, avevano un biglietto, una nave; anche se nelle stive della terza classe sotto il livello del mare, c’era un porto d’imbarco e uno di sbarco. Questi di adesso, invece, sono persino più avventurosi di certi marinai, figure leggendarie che però viaggiavano per guadagnarsi da vivere; per loro era un lavoro, quello del mare.
Io credo, allora, che oggi meriti questo bel titolo di “viaggio” il cammino che si fa in gran parte a piedi e senza biglietto di ritorno. I nostri, poi, rientrano nella specie degli spostamenti.

GT – Quando ho iniziato a far forma a questo disco, avevo visto da poco il “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo. In quegli occhi si coglie chiaramente una luce: vanno verso qualcosa. Così è stato per quasi tutto il ‘900. Chi partiva dal molo di Napoli per andare in America, lasciava qui una famiglia, una casa, un posto dove mandare dei soldi. Chi parte adesso, invece, come dice Erri, lascia un bucato in fiamme. È difficile che tu gli veda la speranza negli occhi, com’è altrettanto difficile che tu la colga nei nostri cortei, nei cortei dei no-global.


Il vostro spettacolo si fa portatore di una proposta di accoglienza: ritieni che il pubblico sia disposto a questo tipo di “ascolto”?
EDL – Il disco di Gianmaria si chiama “Da questa parte del mare”. E da questa parte del mare possiamo mettere sbarramenti, possiamo fare espulsioni, possiamo moltiplicare i centri di segregazione per emigranti: non fermeremo un accidente; faremo solo del male a noi stessi e alla nostra immagine. Questa marea umana che si sposta dal Sud e dall’Est del mondo non può essere materialmente fermata; ci cambierà i connotati come già adesso ci permette di sostenere le nostre economie traballanti, risollevare i nostri indici di natalità e riempire le scuole: l’Italia è geograficamente un luogo di passaggio e di attraversamento; siamo così da sempre e continueremo ad esserlo, a dispetto di qualunque arcigno o distratto governante.

© Marilena Laterza→ “Erri De Luca e Testa, parole per migranti”

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