Fabio Vacchi. Luoghi immaginari

scritto per ilmusicante.net, aprile 2005, e ripubblicato su altremusiche.it nell’ambito dell’«Osservatorio sulla nuova musica» – aprile 2007

Marilena Laterza – Bari

Ho custodito per mesi un ritaglio di giornale con il calendario dei Mercoledì letterari: ultimo incontro in programma, Fabio Vacchi, Luoghi immaginari, 23 marzo 2005.
Non capita tutti i giorni che un compositore si metta in viaggio per andare in un posto a raccontare la sua musica. Tanto più in una città tardiva come Bari, pigramente abbracciata al suo mare, in attesa di lampi di genio.

L’appuntamento è al Circolo Unione, accanto al Petruzzelli. Una volta nei pressi del teatro silenzioso, infilo un varco fra le lamiere che circondano il cantiere. Pochi metri di tragitto impolverato e, di fronte, un portone che introduce nell’ala sinistra del teatro. Ad accogliermi, specchi, velluti rossi e stucchi dorati. Lungo la scala che conduce al secondo piano m’incammino col naso per aria: del Petruzzelli, prima del rogo, conservo un ricordo sbiadito. E proprio mi stupisce, adesso, ritrovare la sala affrescata del Circolo, con gl’immensi lampadari di cristallo e i sontuosi drappi alle finestre. E un impianto stereo con altoparlanti vistosi che servirà per la conferenza. Un pubblico discreto occupa già le ultime file. Davanti, invece, solo qualche sparuto spettatore coraggioso. Scelgo una sedia in terza fila. L’età media, in fondo, non è troppo alta: molte le teste incanutite, ma non mancano i trentenni. Per via di un corso universitario, si scopre poi, tenuto dal prof. Moliterni, che introdurrà il m° Vacchi.

Fabio Vacchi: come sarà questo “compositore d’oggi”? Uno che ha studiato con Manzoni e Donatoni, che scrive per la Scala e per S.Cecilia, che vede le sue partiture dirette in giro per il mondo da Abbado e da Muti?
Sulla porta laterale si affaccia un signore alto e schivo. Non ha i capelli scompigliati e la camicia sgualcita, eppure s’intuisce in lui il Maestro. S’intuisce dallo sguardo, che rivela una mente avvezza a sondare profondità inaccessibili.

Dev’essere una strana esperienza per un compositore ritrovarsi dinanzi a una platea con la quale ragionare di musica, e di bellezza, e di impegno. Mentre prende posto ed ascolta Moliterni ripercorrere il suo itinerario biografico, Fabio Vacchi si guarda intorno e scruta i visi del pubblico. Molti degli astanti sono qui per ascoltare lui come mercoledì scorso per ascoltare un filosofo e due settimane fa un economista. E lui lo sa. Sa che il brusio degli universitari non tarderà ad arrivare e che le signore della Bari bene si osserveranno le unghie durante l’ascolto dei brani. Ma non si perde d’animo, perchè è questo il pubblico che egli, da sempre, si propone di conquistare: la gente comune.

Così inizia a parlare. E parla a lungo, con pacatezza e fiducia. Racconta dei primi passi nella composizione, della sfida di superare la schiera di addetti ai lavori e dell’intuizione illuminata di scrivere musica per chi non ascoltasse musica contemporanea (traslando, in qualche modo, Enzensberger). Ricorda le ardite obiezioni mosse ai suoi maestri a proposito dell’astrattezza dei progetti compositivi su cui si lavorava negli anni ’70. E poi la scelta di intraprendere un itinerario di ricerca compositiva che privilegiasse, piuttosto che il rifiuto radicale dei codici tradizionali, l’attenzione alla materia. Che per Fabio Vacchi significa attenzione al suono e attenzione al corpo destinatario del suono. Egli ritiene indispensabile, cioè, non trascurare quei parametri che consentono alla musica di raggiungere il pubblico e “mobilitarne” i sensi, tra cui la ripetizione di alcuni elementi lungo lo sviluppo dell’opera, o l’inserimento di informazioni continue ma riconoscibili, così da tenere desta l’attenzione di chi ascolta. Non è tanto importante, insomma, il materiale sonoro che un compositore sceglie di utilizzare, quanto il modo in cui questo materiale venga presentato: «la forma musicale deve comunicare delle ragioni in movimento ed instaurare quel sistema di attesa-sorpresa che da sempre, anche inconsapevolmente, tanti musicisti hanno praticato. Solo una musica capace di mettere in moto le nostre percezioni sensoriali e, addirittura, affettive, può aspirare alla bellezza». E qui Vacchi evoca Goethe: «la musica è bella se non si ferma alle orecchie, ma arriva a risuonare interiormente».

Sì, perché per il maestro bolognese alla musica spetta oggi «il compito di rivitalizzare la bellezza, un bene che ci riguarda tutti, perché ci permette di vivere. Gli abitanti di un mondo disincantato come il nostro – egli afferma – hanno ancora bisogno di favole che, se non parlano più di fate e di streghe, tuttavia devono pur sempre insegnare la meraviglia. E, dunque, dobbiamo reimpossessarci della bellezza e percorrere le vie straordinarie aperte dall’avanguardia senza lasciare che la nuova libertà espressiva si compiaccia della trasgressione in se stessa. È importante, invece, tendere a una trasformazione graduale, incessante e sostanziale». Questo, secondo Fabio Vacchi, il cammino da intraprendere. Soprattutto se la meta ultima da lui indicata consiste nel raggiungere una identità fra estetica ed etica, fra bellezza ed impegno, proprio come voleva il concetto di kalòs kagathòs caro ai Greci. Perché la musica diventi «un punto d’incontro tra la capacità di stupirci e la necessità di specchiarci nell’altro, fuori dall’egotismo parossistico di un potere che, come un cancro, traccia confini invalicabili tra sessi, razze, classi sociali».

Non si può non essere grati a questo signore che viene a raccontarci le trame e gli orditi del comporre, e che ci rende partecipi delle sue ricerche e intuizioni. La sua fiducia non viene tradita: anche il simpatico vecchietto in prima fila che all’inizio se ne stava in agguato, pronto a difendere il suo Beethoven, qualora fosse stato necessario, alla fine è qui a muovere la testa, inseguendo i ritmi accennati in Cjante, “inspiegabilmente” catturato da questa musica nuova.

© Marilena Laterza

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