Gli scanzonati intrighi di Rota

da “il manifesto”, 18 marzo 2007

Marilena Laterza – Bari

Dopo la controversa Carmen d’apertura, la Fondazione lirico-sinfonica Petruzzelli propone un nuovo lavoro autoprodotto. E nonostante una compagine ancora in fieri, questa seconda prova risulta senz’altro apprezzabile, anche grazie alla presenza di un regista insolito quale Alessandro Piva, noto per i lungometraggi sul disagio di una certa Bari vista dalla strada (David di Donatello nel 2000 per LaCapaGira) e qui all’esordio nel teatro d’opera. Esordio singolare perché Piva accetta di cimentarsi con uno tra i lavori più lievi e trasognati del ‘900, Il cappello di paglia di Firenze, farsa musicale a firma di Nino Rota, scoppiettante d’intrighi scanzonati, in un gioco tonalissimo di ammiccamenti e citazioni che mai, tuttavia, si avventura in tentativi di ricerca più personali.

Con l’entusiasmo e l’umiltà del neofita, affiancati dalla perizia del cineasta, Piva sceglie di assecondare lo spirito del divertissement, indugiando volentieri sui contrasti senza cedere alla tentazione pirandelliana di rendere la comicità umorismo: i tipi da commedia dell’arte tratteggiati da Rota – dal suocero campagnolo con le scarpe di vernice troppo strette al marito sospettoso e beffato – gli consentono una caratterizzazione plastica dei personaggi, attenta alla costante motivazione psicologica del gesto scenico e inserita in un percorso di esplorazione dello spazio, con l’intervento di inserti videoproiettati che conferiscono profondità alla narrazione, benché un po’ troppo artificiosi nel riproporre alcune scene del celebre Chapeau di René Clair.

Tanta fedeltà al testo pure non impedisce al regista di perseverare, in simbiosi con la cura scenografica di Maria Teresa Padula e gli ottimi costumi di Tommaso Lagattolla, nella prospettiva sociografica che gli è connaturale: la trasposizione delle vicende in una Bari anni ’30, infatti, con il recupero di luoghi simbolici della città perfettamente aderenti al contesto parigino originario, non si limita a «guidare lo spettatore attraverso una galleria di emozioni collettive legate alla storia della città», come lo stesso Piva racconta, ma porta in scena ambiguità, ipocrisie e sotterfugi di un certo perbenismo, così da schivare il pericolo di un’imbarazzante autoreferenzialità.

Se, dunque, in un teatro che tra profumi di legno e vernice ancora si preparava freneticamente alla prima, Alessandro Piva aveva preferito non diffondersi sugli esiti e sugli eventuali impegni futuri, a sipario abbassato è certamente auspicabile una sua rinnovata collaborazione col teatro musicale, magari alle prese con una partitura fresca d’inchiostro.

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“Alessandro Piva: al lavoro con Rota, un moderno naïf”

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