Le alchimie «Urticanti» di Marco Stroppa

su “il manifesto“, 6 dicembre 2006

Vira verso l’elettronica la seconda edizione del festival dedicato alle culture musicali del Novecento

Marilena Laterza – Bari

Le pareti gialle e nere di una fabbrica di periferia riconvertita in teatro e le navate romaniche di una chiesetta sconsacrata, sul limitare della città vecchia, sono i luoghi che hanno ospitato a Bari la seconda edizione del Festival di musica contemporanea «Urticanti», quest’anno costruito intorno alla figura di Marco Stroppa. Luoghi emblematici, perché la musica del compositore che Luigi Nono definì «dotato di intelligenza scientifica e umanistica estremamente innovativa» nasce dall’incontro, altrettanto complesso e fecondo, tra sperimentazione e tradizione.

Se il concerto d’apertura ha proposto un ampio excursus sulle culture musicali del Novecento italiano e francese come omaggio indiretto – ma non sempre del tutto pertinente – all’itinerario artistico e biografico di Stroppa, le serate successive hanno consentito, invece, uno sguardo significativo sulla produzione cameristica dell’autore, inaugurato con Spirali per quartetto d’archi ed elettronica, che l’interpretazione puntuale dell’Arditti Quartet, «proiettato nello spazio» dallo stesso Stroppa, ha incorniciato con lavori di Ravel e Ligeti.

A seguire, un ritratto monografico di raro interesse, con l’impagabile sorpresa che ha colto chi si aspettava, qui, di ritrovare l’immagine ben nota e un po’ distorta dello Stroppa giovanile, alle prese col computer per generare musica: gli sfregamenti misteriosi e accattivanti del violoncello in Ay, there’s the rub, insieme alle rifrazioni armoniche impalpabili del pianoforte amplificato di Miniature estrose e agli impasti di risonanze in dialogo del trio Hommage à Gy.K., fino ai frammenti melodici di Little i per flauto e elettronica, trasfigurati in alchimia di soffi e riverberi da un ineffabile Mario Caroli, hanno disvelato, infatti, un linguaggio inedito e affascinante, la cui carica innovativa, lontana da vani radicalismi, risiede nella capacità di proiettare elementi mutuati dalla tradizione nella dimensione spaziale, oltre che temporale, così da introdurre l’ascoltatore nel luogo di generazione del suono.

Questo umanissimo ritorno hegeliano di Stroppa all’«innocenza» degli strumenti acustici tradizionali, arricchito di consapevolezza grazie all’intervento dialettico e funzionale dell’elettronica, non ha potuto che catturare il pubblico sparuto ma «assetato» di una terra che meriterebbe, forse, maggiore attenzione e incentivi, perché capace di ascoltatori protesi, con il mento tra le mani e i gomiti sulle ginocchia, all’incanto della musica.

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“Stroppa: la ricerca come valore”

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