Kurtág, la meraviglia del gesto musicale

kurtag

su “il manifesto“, 29 ottobre 2006

Milano festeggia gli ottant’anni del compositore ungherese. Un concerto all’auditorium con una serie di brani inediti

Marilena Laterza – Milano

 Quando György Kurtág attraversa schivo e sorridente la platea dell’Auditorium di Milano e guadagna il palcoscenico per ricevere gli applausi, nel concerto a lui dedicato dal festival di Milano Musica perfesteggiarne gli ottant’anni, serpeggia in sala un sottile imbarazzo, se non vergogna, per le troppe poltrone vuote. Kurtág figura, infatti, tra gli esponenti più significativi del secondo ‘900 musicale europeo e i suoi brani presentati in prima italiana avrebbero meritato, forse, un’accoglienza più ampia.

Ciò che incuriosisce di Kurtág è l’estrema coerenza di un percorso molto personale, oggi salutato come illuminato e propositivo, ma per decenni solitario ed impervio. Formatosi nel secondo dopoguerra a Budapest e Parigi, il compositore ungherese elude la strada dell’avanguardia darmstadtiana, dove spesso l’estetica cede il passo all’ermeneutica e, sin dagli anni ’50, rivendica una poetica della musica come gioco; nel suo idioma musicale confluiscono, oltre all’eredità weberniana e agli influssi bartokiani, gli stilemi della musica popolare, rielaborati secondo precise esigenze espressive.

È così che prende forma la costellazione di «hommage» e «in memoriam» di cui si compone la sua produzione e della quale offrono testimonianza i lavori proposti nell’ambito del concerto milanese. Sia l’Hipartita, affidata all’esecuzione talora discontinua della violinista Hiromi Kikuchi, sia i 6 Moments musicaux, interpretati con cura dal pregevolissimo Quartetto Keller, si presentano come successione di miniature sobrie e incisive, cesellate intorno al ricordo di un amico mancato, a un verso di Rimbaud o a un’iscrizione di Eraclito, oppure semplicemente scaturite da un gesto musicale.

Frammenti, dunque, ma non per questo ingenui o banali, perchè è proprio nell’assenza di retorica che si realizza una profonda «significanza». Nella musica di Kurtág, fatta di suoni lambiti, torniti, arrovellati intorno a un intervallo progressivamente allargato all’intera estensione del violino, o sospesi in armonici evocativi, musica che si esibisce in una teatralità di motti, guizzi e ammiccamenti, si rincorre in una polifonia di registri e dinamiche, rielabora cellule melodiche che si rimandano guardinghe da uno strumento all’altro, si rimbrottano interrogative, o si compongono in corali dolenti, in questa musica così capace di dialogo, risiede una straordinaria lezione di modernità, di un’arte hinc et nunc, lontana da torri d’avorio d’ogni sorta e collocata in un presente vivo, pulsante, aperto.

Proprio in questa chiave potrebbe leggersi l’accostamento dei brani kurtagiani al quartetto Rosamunde di Schubert, chiamato a concludere il programma della serata milanese: Kurtág, come Schubert, capace di tradurre in musica istanti pregni di sostanza e di valore e di proiettarli infinitamente al di là della realtà (per citare la lezione di Sablich); Kurtág, secondo un’immagine cara a Schubert, come Wanderer instancabile lungo il cammino della ricerca musicale.

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