W.A.Mozart: Requiem KV626

dal programma di sala del concerto tenuto dal Coro e dall’Orchestra del Conservatorio di Monopoli in occasione del duecentocinquantenario mozartiano

di Marilena Laterza

Possiamo ancora pensare Mozart come un folletto scanzonato in marsina  che, sul finire del ‘700, divideva le sue giornate ed il suo portafoglio tra salotti e osterie, dedito a bagordi di ogni sorta? E che pure, talvolta, riusciva a ritagliarsi una manciata di minuti per sedere allo scrittoio e buttar giù una sinfonia o un quartetto, colto dal bacio degli dei? Questa l’immagine abusata che ci consegnano le pagine romanzate di Stendhal e di Puškin, insieme alle scene fin troppo note dell’”Amadeus” di Milos Forman:immagine senza dubbio accattivante e, soprattutto, smerciabile, tanto più in questo celebratissimo duecentocinquantenario della nascita del musicista salisburghese; ma infondata e astorica, come rivelano recenti studi musicologici. C’è qualcuno, infatti, (Lidia Bramani, Mozart massone e rivoluzionario) che, dopo due secoli di disattenzione in tal senso, ha pensato di andare a rileggersi non solo l’epistolario mozartiano, ma anche l’intera biblioteca di cui W.A.M. era in possesso. I risultati di questo documentatissimo lavoro di ricerca restituiscono una figura ben diversa da quella che persevera nell’immaginario collettivo: colto, intelligente, ricettivo, Mozart intratteneva contatti con i massimi intellettuali del suo tempo, parlava correntemente più lingue straniere, era un lettore infaticabile e frequentava tesi filosofiche tra le più rivoluzionarie in circolazione, dalla rivendicazione della pari dignità tra uomo e donna all’accettazione della diversità come risorsa, senza dimenticare la fede nei valori giuridici della tolleranza e del perdono. Benché cristiano, era peraltro un adepto della massoneria, che all’epoca raccoglieva nel suo milieu nientemeno che i principali teorici dell’Illuminismo.

Le nuove prospettive che questi studi dischiudono trovano eccellente conferma musicale nel Requiem KV626. Commissionato nel 1791 da un misterioso personaggio che, in seguito, si rivelò messo di un nobile viennese – e non del rivale in musica Salieri, come vuole la leggenda – il Requiem può essere considerato, insieme al “Flauto magico”, una sorta di testamento spirituale del compositore. Mozart, infatti, muore prima ancora di averne completato la stesura, che viene quindi affidata dalla moglie Konstanze agli allievi più valenti. Non deve scoraggiarci, in proposito, il problema dell’autenticità dell’opera: se le indagini filologiche hanno dimostrato che i manoscritti del Maestro, in buona parte sprovvisti di orchestrazione, si fermano al “Lacrimosa”, è pur vero che il seguito della Messa è stato concepito sulla scorta di appunti rinvenuti tra le carte del compositore, riproponendo fedelmente, per giunta, dal “Lux aeterna” in poi, la mozartiana parte iniziale su altro testo. Tali contributi successivi non inficiano, dunque, l’idea compositiva di fondo dell’opera, che riluce per la sapienza con cui Mozart mette il suo talento e la sua straordinaria perizia tecnica a servizio del testo liturgico. A descrivere le angoscianti prefigurazioni del giudizio universale, la contrizione per le colpe commesse, la richiesta di misericordia, si avvicendano, di volta in volta, sezioni contrappuntistiche impetuose, accorati momenti omofonici, sincopi incalzanti, modulazioni tortuose, filigrane melodiche di eterea dolcezza, sostenuti ora dal concitarsi degli archi, ora dall’impasto scurito di corni di bassetto, fagotti e tromboni, folgorato, dove necessario, dall’intervento di timpani e trombe. Questo ineguagliabile senso drammaturgico, tuttavia, non lascia che il sacro ceda il passo alla teatralità. Perché il Requiem KV626 – e l’immancabile coinvolgimento suscitato dall’esecuzione ne offre piena conferma – non può essere liquidato come partitura di pregio compilata per il compenso di 150 ducati: è opera sulla morte scritta da un uomo che si approssima egli stesso alla morte, dalla quale traspare un profondo atto di fiducia nei confronti di un divino che non nega il perdono, dopo aver giudicato; è opera nella quale si compie tutta l’humanitas mozartiana, intesa come attenzione all’altro e aspirazione ad una fratellanza universale che renda l’uomo capace di “compassione”. Capace, cioè, di “sentire con” gli altri e di condividerne la gioia – da cui il piglio brioso di tanti Allegro mozartiani – o la sofferenza, raccolta e trasfigurata nelle pagine del Requiem.

© Marilena Laterza

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