Frammenti di esistenze precarie in forma d’opera

su “il manifesto“, 23 luglio 2006

Per corpo e voce Fabio Vacchi compone un susseguirsi di quadri ispirati al libro di Aldo Nove «Mi chiamo Roberta, ho 40 anni e guadagno 250 euro al mese»

Marilena Laterza – Cividale del Friuli

Ci sono le storie di Domenico, Carlo, Roberta, Maria Giovanna, in Mi chiamo Roberta, nuovo brano di FabioVacchi presentato in prima assoluta nell’ambito del Mittelfest 2006 di Cividale del Friuli.
In una cava di pietra piasentina che, per una sera, schiude le sue pareti di roccia viva ad accogliere la voce dell’arte e dell’impegno, il compositore bolognese racconta la rabbia di un pastore trentacinquenne che non riesce più a vivere della sua Sardegna emarginata, il coraggio di un giovane padre di famiglia costretto, per sbarcare il lunario, a dividere la sua giornata tra quattro lavori differenti, la sfiducia diun’ insegnante con un contratto a ore alla quale è negato il «lusso» di fare un figlio e l’amarezza di una ragazza indotta a procacciare clienti per un’agenzia matrimoniale, dileguatosi il sogno di diventare una modella.

Frammenti brulicanti di vita che Vacchi stralcia dai testi di alcune interviste raccolte da Aldo Nove – edite da Einaudi – e ricompone plasticamente in un melologo, costruito intorno all’azione scenica di Federica Fracassi – voce e corpo dei personaggi – e all’esplorazione delle straordinarie potenzialità espressive di un organico strumentale insolito: al klaviertrio di Duccio Ceccanti, Vittorio Ceccanti e Massimiliano Damerini, infatti, si affiancano le percussioni di Carlo Boccadoro, riverberate, insieme al canto di Annina Pedrini, dalla rielaborazione elettronica live.

Con il sapiente ritmo scenico del Vacchi operista, la voce, il gesto, il suono, sono chiamati a trasfigurarsi dialetticamente nell’angoscia, nella frenesia, nel senso di precarietà che affiorano dalle storie evocate, in un fluido susseguirsi di quadri che, dal punto di vista strettamente musicale, alludono non solo alle esperienze d’avanguardia, ma anche al patrimonio musicale popolare dell’area mediterranea, secondo un procedimento caro all’estetica del compositore, da sempre persuaso della necessità di collocare il proprio itinerario creativo e di ricerca nell’alveo della tradizione della musica colta e popolare. Nella partitura si avvicendano, quindi, traslucide filigrane contrappuntistiche che ora si ispessiscono in climax travolgente, a sostenere il dimenarsi convulso di Fracassi, ora si sfilacciano in atmosfere rarefatte e liquescenti, a suggellare le speranze disattese. Fino ad ammutolire, nella conclusione del brano, in un silenzio sgomento, ma non sfiduciato, perché Vacchi riserva le ultime battute alla pietra piasentina, qui rotta in lastre sottili e chiamata a sciogliere il suo suono primigenio in canto. Un canto per chi, pur nel dramma di un’ingiusta precarietà e di una dignità lesa, non rinuncia alla sfida quotidiana del vivere.

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