marilena laterza

Nino Rota. L’avanguardia dell’eufonia

In *programmi di sala on 23 Febbraio 2009 at 12:20 am
rota

note di sala per il primo concerto della “Primavera musicale 2009″ de I Solisti dauni

di Marilena Laterza

Forse soltanto oggi che andiamo elaborando il lutto di certi onanismi ideologici di tanto Novecento, oggi che siamo finalmente affrancati dall’ossessione d’incasellare le musiche in categorie morali, oggi che, alla buon’ora, in musica c’importa capire ciò che funziona e ciò che no – e una canzone dei Beatles può avere la stessa dignità di un quartetto d’archi – ebbene, forse soltanto oggi ci è dato di intraprendere serenamente una riflessione su Nino Rota, a trent’anni dalla scomparsa. Un Rota “musicista totale”, come a lui sarebbe piaciuto, lui che, precorrendo un’acquisizione postmoderna, intuì fino a qual punto, nella distinzione tra musica seria e musica leggera, musica assoluta e musica applicata, si annidassero schizofrenie insidiose.
E la trasparenza ponderata di questo programma cameristico, che ripercorre l’itinerario compositivo di una vita, si offre come prezioso strumento di comprensione del lascito storico-musicale, ma anche più largamente culturale e sociale, del compositore milanese.

Benchè appena trentaduenne, il Rota del brano d’apertura è già un Rota di mezzo, se si tien conto della sua precocità creativa. Concepita per quintetto di fiati, con limpida struttura ABA e breve coda, la Piccola offerta musicale (1943) dichiara un omaggio a Bach nel titolo e uno a Casella nella dedica, senza indulgenze, tuttavia, a la maniere de; piuttosto che lo stile, infatti, viene riproposto il volto “ludico” del contrappunto: con mano tanto lieve quanto padrona, Rota gioca in economia con un materiale spianato e diatonico e ne sfrutta le possibilità imitative, di inversione e di retrogradazione, ricorrendo sovente a un processo di accumulazione a lui caro che trasforma i fugati in sovrapposizioni omoritmiche sempre più ravvicinate e assottigliate fino alla saturazione.

A dispetto del nome, il Quintetto (1935) non presenta, invece, un organico tradizionale poichè introduce, accanto a una duplice di coppia di legni e archi, uno strumento insolito quale l’arpa, utilizzata qui per la prima volta nel catalogo di Rota, e non con scopi coloristici – com’egli stesso ebbe ad affermare – bensì con ruolo dialogante capace di conferire una campitura più profonda al paesaggio sonoro dispiegato. Paesaggio sonoro che si avvale, peraltro, del ritmo come referente strutturale: le allusioni incessanti a movenze di danza, infatti, predispongono un telaio in cui il filo melodico è ordito sulla trama ritmica di fondo, in un mood ora rinascimentale ora barocco che tanto ricorda noti esperimenti francesi a Rota contemporanei. Alle idee descrittive e bucoliche dell’Allegro ben moderato, che svelano, nondimeno, episodi di marca evocativa, si affianca quindi il pudore bianco dell’Adagio, sorta di tableaux vivant sapientemente stemperato dalla galanteria chiacchierina dell’Allegro vivace.

Dello stesso anno la Canzona per orchestra da camera, patchwork forbito ma talora didascalico di un Rota qui forse ancora, più che compositore, inventore in senso etimologico. Alla luce di un neoclassicismo stravinskijano privato di certa irriverenza caricaturale, nella Canzona prevale la dimensione dell’orizzontalità, che si sostanzia nell’insistenza di uno pseudo-contrappunto di canoni parziali, senza particolari sviluppi della variazione, in favore di episodi giustapposti con imprevedibili cambi di tempo e rimpasti di colore.

Dal flashback sul Rota giovanile che si balocca con gli oggetti musicali del suo fortunato cilindro, dunque, molto si distanzia l’autore più tardo del Nonetto, brano “panoramico” perché concepito nel 1959 ma poi ripreso più volte negli anni ‘70. Scritto proprio per I Solisti Dauni – che ne diedero prima esecuzione assoluta al «Festival delle Nazioni» di Città di Castello – il Nonetto esplicita logiche spianatamente tonali rispetto al modalismo dei brani precedenti e manifesta una disinvoltura estrema con l’uso degli strumenti, disinvoltura che solo all’artista navigato consente di ottenere, dai mezzi impiegati, esattamente ciò che egli ha in mente.
Se, nell’incipit, l’Allegro sembrerebbe una reminiscenza di forma-sonata, più avanti le carte si sparigliano, perché Rota riamalgama in giochi modulanti e sovrapposti i tre temi (brulicante alla Rimsky il primo, brahmsiano per profilo e trattamento il secondo, e il terzo tipicamente rotiano, cromatico, da passerella). Segue l’incedere di sarabanda dell’Andante, velato di un rimpianto inafferrabile che l’Allegro con spirito prontamente smentisce con piglio immancabile di valzerino, in cui ogni strumento ha occasione di far la sortita da applauso (eccezion fatta per l’episodio centrale da Godfather un po’ raveliano), per giungere al camaleontismo slapstick della Canzone con variazioni e ai frenetici trasalimenti del Vivacissimo conclusivo.

Non molti i dubbi circa la lezione di Nino Rota, dinanzi alla volontà comunicativa di questa musica in cui l’ansia del significante è tale da arrischiarsi ad abdicare, non di rado, alla sostanza del significato.
Posto che la sua ”esagerazione” eufonica non appare oggi più eccessiva di certi esperimenti darmstadtiani, e che non sorprende la comune necessità storica di percorrere ostinatamente una strada di parte con intransigenza, talvolta, dispettosa (benchè si tratti, naturalmente, di strade tra loro diversissime), ciò che colpisce di Rota è la quota di straordinaria modernità che risiede nel suo lavoro: la scelta di perseverare fiducioso in una musica concepita non per gli addetti ai lavori né su progetti astratti, bensì con attenzione alla materia sonora e umana, infatti, lo sdogana dalle accuse di eresia e anacronismo e rivela in lui un coraggio ben più controcorrente di tanta musica che in quegli anni ha voluto avocarsi l’attestato di “avanguardia”.

E se il Rota non cinematografico ha pagato questa sua lungimiranza con l’ostracismo dai cartelloni, dai libri di storia della musica e dalla discografia, mummificato in sale come la moglie di Lot che nel mito biblico volle voltarsi indietro a guardare la sua città, spetta dunque a noi – hic et nunc – l’opera di “dissalazione”: fortuna di questa sera, dovere di domani.